‘A tabacchera

‘A tabacchera

 

 

La poesia ‘A tabacchera (La tabacchiera) di Michele Pane è stata pubblicata la prima volta in Trilogia (1901), la sua opera di esordio nella poesia, se si esclude L’uominu russu del 1899 che era un’opera di tutt’altro genere.

 

Copertina Trilogia

Copertina Trilogia

Il titolo del libro viene dal contenuto dello stesso e cioè dalle tre sole poesie che ne fanno parte (vedi il relativo articolo), e cioè ‘A tabacchera, ‘A catarra, ‘U dobotte.

‘A tabacchera è la poesia d’apertura ed è dedicata a Riccardo Cordiferro, l’amico americano di origini calabresi con cui Michele Pane era legato fin dai primi anni di residenza a New York dove Cordiferro dirigeva La Follia di New York.

Riccardo Cordiferro

Riccardo Cordiferro

Il tema è l’elogio della tabacchiera, fedele compagna che non tradisce, amica dei momenti tristi che non sono mancati nella vita del suo proprietario, e cioè il Michele Pane stesso. Ora occorre notare che quando pubblica la poesia Michele Pane ha 25 anni. E’ nel pieno della gioventù, vive ancora la sua adorata mamma, ha tutto un avvenire davanti, eppure sembra scritta con il tono del rimpianto e l’amarezza di chi in vecchiaia ripensa alla vita sfuggitagli di mano, scivolata via senza offrirgli alcuna felicità. Si può dire che si tratti di una poesia profetica, perchè nulla si sarebbe dovuto cambiare se fosse stata scritta alla fine della vita, all’età di 70 anni, come si desume dalla finzione dei versi in cui colui che parla afferma di averla con sè da più di cinquant’anni.

La tabacchiera di cui si parla è una tabacchiera per tabacco da fiuto, oggi caduto in disuso ma, fino a 30-40 anni fa, molto utilizzato dai ceti più popolari e, ancora prima, a partire dal Secento, anche dai nobili e prelati. Per usarlo si infilavano le dita nella borsa di pelle che lo conteneva e se ne prendeva un pizzico, da cui l’espressione “pizzicare” o “fare ‘na pizzicata“. Ho scritto borsa di pelle, poichè io immagino che così fosse fatta la tabacchera di Michele Pane, o meglio, del personaggio che parla nella poesia. E’ probabile però che dovendo contenere tabacco da fiuto — quindi polvere finissima — si sia trattato di una scatolina di legno con coperchio a tenuta, come quella che ho scelto per l’immagine in evidenza dell’articolo. Ne esistevano ovviamente anche di tipi più preziosi in metallo cesellato destinati a persone facoltose.

La tabacchiera nella letteratura e negli uomini di lettere è più presente di quanto s’immagini. Il grande Alessandro Manzoni amava molto questo accessorio da cui era solito prelevare pizzichi di tabacco, oltre a fumare la pipa. Teneva tanto alla sua tabacchiera di legno laccato nero (modello osoleto, se sarebbe detto, perchè erano già diffuse quelle metalliche con la cerniera) che non la volle mai cambiare e, quando accettò di farsi fare un ritratto dal pittore F. Hayez, la moglie lo convinse a farsi ritrarre proprio con questa scatolina in mano.

Alessandro Manzoni dipinto da Hayez nel 1841

Alessandro Manzoni dipinto da Hayez nel 1841 con la sua tabacchiera in mano.

Ma veniamo alla poesia di Michele Pane, poesia che inizia con una strofa che introduce ad un ambiente inquietante. Con poche parole, quanto mai suggestive, ci viene presentato il triste protagonista della storia e la sua fedele compagna:

 

Canta llu scutu, frisca llu vientu:la notte è niura, friddusa e trista;io sugnu sulu, sugnu scuntientu,de la mia vita nun pigliu pista;sulu ‘n’amica me resta vera,èdi la vecchia mia tabacchera. Canta l’assiòlo, fischia il vento:la notte è nera, fredda e malvagia;io sono solo, sono scontento,la mia vita non trova una strada;solo un’amica mi resta vera,ed è la vecchia mia tabacchiera.

L’assiòlo, una specie di civetta, è l’uccello che canta e inquieta il protagonista. Il suo verso però non è fra quelli più spaventosi, anzi. Non si tratta nemmeno di un animale così comune, anche se occorre dire che la nostra conoscenza della fauna selvatica oggi è piuttosto limitata e non sapremmo nemmeno riconoscerlo, se anche lo incontrassimo.
Ma forse la scelta di quest’uccello fu suggerita a Miche Pane dalla poesia composta da Giovanni Pascoli, proprio con il titolo L’assiuolo e pubblicata per la prima volta nel 1897 sulla rivista fiorentina Il Marzocco del gennaio 1897. Anche nei versi pascoliani il verso dell’uccello è sinonimo di annuncio di morte, come anche simile è l’ambientazione in una notte nebbiosa e inquietante, con il verso chiù ripetuto alla fine delle tre strofe.

 

L'assiòlo, cioè 'u scutu

L'assiòlo, cioè 'u scutu

 

 

L’etimologia di scutu non è agevole. Personalmente non l’ho mai sentita pronunciare al di fuori della poesia di Pane. Ma questo non prova niente perché, come già detto, la nostra conoscenza di questo uccello notturno che preferisce nidificare sui monti e non nelle pianure o vicino alle case come le civette, è pressoché nulla. Partendo dall’ipotesi che scutu debba stare per “scudo”,  l’unica possibilità è che si faccia riferimento alla forma tondeggiante della testa dell’animale. Oppure occorre pensare che scutu possa riferirsi ad “ascolto”, sottolineando la particolare forma delle penne dell’orecchio poste sulla sommità della testa che farebbero pensare ad una spiccata propensione all’ascolto dell’animale.

Continua così la poesia di Michele Pane:

 

Sempre alla sacca l’aju portata,alla sbentura e all’allegrizza;e mo cunzùla lla mia vecchizza;cum’èdi bella, cum’èdi cara,èdi daveru ‘na cosa rara! 

Su’ cinquant’anni chi la cumprai

de ‘nu strazzatu pezzivecchiaru:

tridici ‘rana cci la pagai,

‘nu priezzu parca no tantu caru;

ed illa vale ‘nu miliune,

illa m’ha fattu ‘nu gran vurpune.

Sempre in tasca io l’ho portata,nella sventura e nell’allegria;e adesso consola la mia vecchiaia;com’è bella, com’è cara,è per davvero una cosa rara! 

Or son cinquant’anni che la comprai

da un povero straccivendolo:

tredici grana gliela pagai,

un prezzo che pare non tanto caro;

ma vale un milione,

lei mi ha fatto un gran volpone.

 

La tabacchera era stata comprata molti anni prima, cinquanta dice il protagonista, da un povero straccivendolo. Traduco così la parola pezzivecchiaru riferendomi all’antico mestiere dei raccoglitori di stracci e indumenti usati i quali li compravano e non li vendevano come suggerirebbe la traduzione italiana. Questi uomini percorrevano le più remote contrade per acquistare pezzi inutili di stoffa di origine vegetale e di lana da rivendere a loro volta alle fabbriche di carta (ne scriverò più a lungo appena possibile per commentare la poesia loro dedicata da Michele Pane). I pezzivecchiari portavano però anche delle loro mercanzie (piccoli oggetti, aghi, filo, pettini, ecc.) da barattare con gli stracci, oppure venderli. Il prezzo pagato fu di tredici grana, moneta del Regno delle Due Sicilie, che sembra essere stato molto conveniente. Orientativamente poteva corrispondere al costo di  1kg di carne.

 

Alle sbenture, quandu pigliavamberu le scene d’u mundu ngratu,’na sula vota mu pizzicavae a nnu volune m’avia carmatu…é purtentusa, è bella verachista vecchiontara mia tabacchera.

 

Quand’era giuvene, mmanu a Borbone,

chi nun potìadi io jestimare

— ppe lla pagura de la prigione —

nun facia d’autru ca pizzicare…

ccussì sfogava lla raggia mia

chi dintr’u core, forte, vullìa.

Nella sventura, quando andavoa scoprire il mondo ingrato,una sola volta che io pizzicavoe in un niente mi ero calmato…è portentosa, è bella veramentequesta vecchia mia tabacchiera.

 

Quand’ero giovane, sotto il Borbone,

e non potevo io bestemmiare

— per la paura della prigione —

non facevo altro che pizzicare…

così sfogavo la rabbia mia

che dentro il cuore, forte, bolliva.

Il tabacco come calmante, quindi; come anestetico dai mali della vita e in grado di allontanare la tentazione della bestemmia, quando ancora imprecare contro la religione poteva costare molto caro.
Le pene previste per chi veniva sorpreso a bestemmiare in luogo pubblico erano molto pesanti, poichè erano previsti fino a otto anni di carcere o di relegazione. Il nostro protagonista stava quindi molto attento a non farsi uscire alcunchè dalla bocca e teneva tutta la rabbia contro il mondo dentro di sè.

Queste due strofe furono poi riportate con qualche variante nella raccolta Viole e ortiche del 1906. Oltre qualche accento, Michele Pane cambiò i versi:

é purtentusa, è bella vera

chista vecchiontara mia tabacchera

in

è vecchiarella, ma bella vera

chist’addurusa mia tabacchera.

L’aggiustamento riguarda soprattutto la sostituzione dell’alterazione dell’aggettivo “vecchia” riferito alla tabacchera da “vecchiontara” a “vecchiarella” che appare più gentile, sebbene “vecchiontara” non abbia connotazione negativa in assoluto poichè include un certo grado di apprezzamento, come per dire che, per quanto indubbiamente vecchia, fa bene il suo lavoro!

 

Oh, quante vote, sulu, ammantatusutt’a finestra d’a ninna miailla lu suannu m’ha straviatu,li dispiaciri, la picundria!Cun’èdi bella, cun’èdi cara…èdi daveru ‘na cosa rara.

 

Oh, quante jidita dintra de tie,

mia tabacchera, hannu spijatu!

oh quanti affritti nmienzu alle vie

‘na pizzicata tua ha rifriscatu!

Tu meritassi d’essere nmanu

de ‘nu dutture, de ‘nu ‘surtanu.

 

Ma no, cchi ddicu? miegliu mu stai

ccu mmie chi sugnu moni mbecchiatu;

ccu mmie chi suggnu chinu de guai,

ccu mmie chi sugnu ‘nu sbenturatu;

tu la miseria nun hai patutu

ccu tri cavalli io t’aju inchiutu.

 

Mo, chi campatu aju abbastanza,

t’amu cchiù assai, mia tabacchera;

tu me ricuardi la quatraranza,

tu me ricuardi la primavera

de ‘sta mia vita, tutti l’affanni,

tutte le gioie dei mie’ vint’anni.

 

Nzinca chi campu tu stai ccu mmie,

e doppu muortu ntr’a fossa puru

tu m’accumpagni; cara ccu ttie

io de la morte nun me mpaguru;

mbece de vivere sutta la luce

stamu allu scuru, sutta ‘na cruce.

Oh, quante volte, solo, ammantato,sotto la finestra della mia bellalei il sonno ha cacciato via,i dispiacieri, la malinconia!Com’è bella, com’è cara…è per davvero una cosa rara.

 

Oh, quante dita dentro di te,

mia tabacchiera, hanno frugato!

oh quanti afflitti in mezzo alle vie

una tua pizzicata ha rinfrescato!

Tu meriteresti di stare in mano

di un dottore, di un sultano.

 

Ma no, che dico? meglio che tu stia

con me che sono ora  invecchiato;

con me che sono pieno di guai

con me che sono uno sventurato;

tu la miseria non hai sofferto

con tra cavalli io t’ho riempito.

 

Ora, che vissuto ho abbastanza,

t’amo assai più, mia tabacchiera;

tu mi ricordi la fanciullezza,

tu mi ricordi la primavera

di questa mia vita, tutti gli affanni,

tutte le gioie dei miei vent’anni.

 

Finchè io vivo tu stai con me,

e dopo morto nella fossa pure

tu mi accompagnerai; cara con te

io della morte non mi spavento;

invece di vivere sotto la luce

staremo al buio, sotto una croce.

Il testo di queste ultime strofe è finanche troppo ben comprensibile! Si affacciano già in questa prima poesia pubblicata da Michele Pane i temi che l’accompagneranno fino alla fine: la nostalgia, la melanconia (picundria), l’attesa del riposo finale nel camposanto dove solo potrà trovare pace.

Solo i ricordi della giovinezza, cui lo riporta la presenza della tabacchiera che da allora non ha mai lasciato, possono allietare l’animo del poeta, così come una pizzicata offerta ai compagni di strada dava loro sollievo dagli affanni. E poi, dice alla fedele amica, lei non ha mai sofferto restrizioni perchè è stata sempre ben riempita, con la spesa di “tre cavalli”. Il cavallo era una moneta in uso nel Regno delle due Sicilie di piccolo valore poichè era la dodicesima parte del grano e comunque la moneta di valore minore.

La tabacchera e il tabacco da fiuto sono stati molto diffusi in Italia e nel mondo per tutto l’800 e il ‘900. Anche adesso, mi ha detto Francesco Perri, il tabaccaio di Cerrisi, ogni tanto qualche raro cliente glielo chiede. Il padre Mario, vera memoria storica delle tradizioni decollaturese, ricorda tempi in cui l’uso del tabacco era molto diffuso e ricorda ancora la tabacchiera del nonno ricavata da un corno di bue e che veniva chiusa con un tappo in legno. Per facilitare l’apertura, Mario ricorda che il nonno aveva assicurato una piccola striscia di cuoio al tappo tirando la quale lo stesso veniva estratto facilmente. Ma di questa tabacchera si sono perse le tracce e quindi mi è stato impossibile vedere un esemplare autentico made in Decollatura.

La mia ricerca però è continuata e infine è stata coronata dal successo perchè sono riuscito a trovare due tabacchere autentiche intagliate a mano dal nonno Arcangelo di Saverio Bonacci.
Arcangelo, negli anni iniziali del Novecento era emigrato in Usa dove forse aveva visto qualche tabacchiera usata da emigrati di altri paesi e, sfruttando le sue notevoli abilità, l’aveva riprodotta. Ne regalò al nipote un primo esemplare a forma di scarpa ricavato da un pezzo di legno di melo (o forse di pero) con il tappo dello stesso materiale. Successivamente ne intagliò un’altra che però non perfezionò con le ultime finiture e la lucidatura. Ecco le fotografie per le quali ringrazio la cortese collaborazione di Saverio:

Tabacchera Arcangelo Bonacci

Il lavoro è stato fatto con una grande precisione. Arcangelo usò solo un coltello e un trapano per scavare la cavità destinata a ospitare il tabacco. Alla fine firmò il pezzo incidendo le sue iniziali puntate sul coperchio:

Iniziali di Bonacci Arcangelo

Il modello a scarpa utilizzato è pittosto grande misurando circa 10 cm di lunghezza. E’ quindi una tabacchiera da tavolo, non essendo adatta a essere portata in tasca come quelle fatte con il corno di bue oppure a scatolina piatta.

Questo è l’altro esemplare:

Tabacchiera non rifinita

Dal confronto tra le due tabacchiere si deduce l’aderenza ad un medesimo modello che Arcangelo aveva ben presente in mente e che dalla forma della scarpa possiamo immaginare proveniente dall’Europa o dalla stessa America.

Voglio aggiungere ancora un’altra fotografia per evidenziare la cura e la perfetta esecuzione dell’intaglio:

Particolare

Per coloro che volessero approfondire la conoscenza della tradizione del tabacco da fiuto e delle tabacchiere segnalo un bellisimo e completo sito francese che contiene una grande quantità di immagini ed è raggiungibile a questo link.

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