Vittorio Butera

Vittorio Butera

Vittorio Butera è stato uno dei più  importanti poeti calabresi, contemporaneo e grande amico di Michele Pane. A lui spetta un posto di primissimo piano tra i personaggi che hanno avuto con quest’ultimo un rapporto continuo di stima e amicizia, testimoniato dagli incontri, dalla corrispondenza e dalle poesie che si sono vicendevolmente dedicate. L’apice è la mitica «’A staffetta» dedicata da Vittorio Butera a Libertà, figlia di Michele Pane.

Una biografia completa e organica sul poeta conflentese ancora non è stata pubblicata ma molti elementi sono reperibili su varie pubblicazioni come articoli di giornale e, più recentemente, nelle note biografiche che accompagnano le pubblicazioni su Vittorio Butera curate da Vittoria Butera per il Centro Studi Vittorio Butera di Conflenti.
Io mi avvarrò di tutte queste fonti e, in più, dei documenti che ho trovato nella ricerca riguardante la vita di Michele Pane.

Tommaso Butera, il padre di Vittorio

Tommaso Butera, il padre di Vittorio

Vittorio Butera nasce a Conflenti Inferiore il 23 dicembre 1877 da Tommaso e Maria Teresa Dei Carusi, cognome quest’ultimo che è una variante di Caruso ma che compare con questa grafia già per il padre Vincenzo.
I Butera sono proprietari di terreni che con il duro lavoro e l’impegno quotidiano possono fornire un reddito sufficiente a mantenere una famiglia in condizioni agiate. I conflentesi poi sono noti per la laboriosità e la capacità di sfruttare tutte le risorse che il territorio offre, anche quelle che sembrano apparentemente marginali.

Conflenti Superiore (in primo piano) e Inferiore

Conflenti Superiore (in primo piano) e Inferiore

Ecco allora che sopperiscono alla mancanza di terreni pianeggianti, adatti alle coltivazioni estensive, con l’artigianato. Dai castagneti, altrove sfruttati solo per i frutti e, al massimo, per il legname, loro, per mezzo delle api, sono riusciti a produrre il miele e, con questo, hanno costruito l’industria dei mostaccioli con cui si festeggiano, da sempre, i matrimoni di tutto il comprensorio. Con le giovani piante di castagno non ricavano solo materiale da ardere ma, soprattutto, la materia prima per produrre cesti, panieri ecc.
Il terreno scosceso, insuperabile ostacolo per l’agricoltura, viene trasformato in una risorsa con la coltivazione della vite per la produzione di vino di ottima qualità così come l’olio. La vocazione vitivinicola e la conseguente produzione di vino ha fatto nascere e dato sostegno all’antica arte del bottaio e così via. Dai terreni più poveri, utilizzabili solo come magri pascoli, hanno tratto beneficio ricorrendo all’allevamento degli ovini, animali rustici e generosi. Anche le «grispelle», prodotte a livello familiare in tutte le case della presila, sono state trasformate dai conflentesi che producevano l’olio e le patate che vi entrano come principali ingredienti, in una vera e propria attività artigianale, presente nei giorni di festa e mercato di tutti i paesi del circondario.
Anche il buon Dio ha dato loro una mano favorendo, con l’apparizione miracolosa della Madonna a due poveri pastorelli avvenuta nel ‘500, la nascita di un culto che da secoli attira nel piccolo paese un gran numero di fedeli che accorrono al Santuario e alle fiere nel mese di agosto.

Questo era l’ambiente economico in cui nacque Vittorio Butera e queste erano le  attività cui si sarebbe dovuto dedicare nella gestione del patrimonio familiare che, prima o poi, gli sarebbe toccato ereditare. E questo era sicuramente ciò che il padre aveva immaginato quando il figlio maschio era venuto al mondo. Ma il destino però aveva apparecchiato le cose diversamente.
La madre di Vittorio Butera muore prematuramente a distanza di soli sei mesi dal parto, parto che aveva lasciato gravi conseguenze sulla sua salute.
La figura della madre, per quanto possibile, fu sostituita da quella della nonna Peppina che, insieme alla balia, si prese cura amorevolmente del bambino.

Per raccontare i primi passi nel mondo di Vittorio Butera è di grande aiuto un bellissimo articolo apparso sul numero speciale di «Calabria Letteraria» (a. IV n. 4-5) dedicato a Vittorio Butera nel 1956 dopo la sua scomparsa. L’autore dell’articolo è Umberto Stranges, cugino e amico del poeta, che racconta i momenti salienti della loro amicizia e molti particolari e aneddoti illuminanti sulla vita dell’illustre congiunto.
Ugualmente prezioso è un altro articolo comparso sul periodico settimanale che si pubblicava a Cosenza, «Cronaca di Calabria», nel numero 54 del 3 dicembre 1972. L’autore, Carlo Cimino, attingendo a varie fonti tra cui anche il citato articolo di Stranges, si sofferma sui primi anni di vita del poeta conflentese raccontando aneddoti e descrivendo situazioni che ci aiutano nella difficile impresa di cogliere gli eventi decisivi nella formazione del Nostro.
Ecco le parole di Stranges:

In una stradetta in salita, aspra di ciottoli, c’era una volta in Conflenti una vetusta casa dai solidi ed ampi scalini in legno, la quale aveva un’ampia loggia da cui si godeva un vastissimo panorama: dinanzi il maestoso Riventino; lontano a destra il Monte Mancuso e le Serre. Dietro la casa una superba «cerza ‘ndedarata» [quercia ricoperta d’edera, n.d.r.]; in basso, di là dalla strada, un folto di canne ed a pochissima distanza «A Funtana ‘e Fruntera» che apparteneva ai Butera.

In questa casa nacque Vittorio Butera la notte dell’antivigilia di Natale del 1877. Umberto Stranges, nel suo articolo, parla di una notte in cui nevicava e da lontano giungeva il malinconico suono della zampogna.
Intorno al focolare in cui ardeva un bel ceppo di legno, erano riuniti in trepidante attesa  il nonno Ferdinando, la nonna Peppina e Tommaso, il padre del nascituro. Più ragioni creavano un clima di tensione per ciò che stava per accadere: la prima — e più importante — erano le condizioni di salute di Maria Teresa che non dovevano essere ottimali. La seconda era l’attesa del figlio maschio che avrebbe garantito la continuità del casato dei Butera che altrimenti si sarebbe estinto.
Il destino sarà benevolo solo in parte con quella famiglia in attesa: arriverà sì un bel bambino maschio che accontenterà padre e i nonni ma la madre risentirà gravemente delle conseguenze del parto.
Le sue condizioni di salute peggiorarono sempre di più, tanto da condurla alla morte nel giro di sei mesi.

A prendersi cura del bambino toccò quindi alla nonna Peppina e alla balia. E’ superfluo aggiungere del grande amore che legherà per sempre Vittorio Butera alla sua nonna.
Racconta Cimino:

Di questo grande amore per la nonna (vecchiarella) sarà pieno il cuore del poeta, che, quando sarà adulto ricorderà nella lirica “Natale” — forse proprio questa “santa Vigilia de Natale” — in cui la casa paterna fu allietata dalla nascita del piccolo Vittorio, al quale quasi certamente la vecchia nonna dovette raccontare insieme con tante altre “rumanze”, anche quella della venuta al mondo dello stesso poeta, il grande atteso:

E, all’umbra de ‘na granne ciminera,                             (E, all’ombra di un grande camino,

Viju ‘n’ardente, caru fucularu;                                         vedo un ardente, caro focolare;

‘Nu zuccu ‘ncarpinatu paru paru                                     un ciocco ben poggiato in verticale

Arde ccumu ‘na cima de jacchera                                   arde come fosse una fiaccola

‘Ntuarnu cce su’, ‘na vecchiarella accorta                    intorno ci sono, una vecchietta sveglia

E Nnannu e Ttata, Mamma, no! M’è mmorta!             mio nonno e mio padre, Mamma, no! Mi è morta!)

Gli affettuosissimi rapporti del poeta con la nonna, la sua seconda mamma, sono ricordati con storica precisione da Umberto Stranges, il “fratello di elezione” che così li rievoca: «La tenerezza che Vittorio Butera dimostrò per la nonna è indicibile. Quando tornava a Conflenti, correva ogni volta con la gioia nel cuore e nel volto a mettersi a cavalcioni sulle ginocchia della Nonna, se la stringeva al petto e le chiedeva, con le care parole di un tempo “Nannaré, cuntame ‘na rumanza”.
E tenerissimi furono i ricordi che Vittorio nutriva per me e da me ricambiati allo stesso modo e ciò, non soltanto per il vincolo di sangue che ci univa essendo io nato da donna Maria Teresa Cimino, sorella di nonna Peppina, ma per l’accordo perfetto che regnò sempre tra noi compagni inseparabili in tutte le fasi della nostra vita.

Umberto Stranges era nato solo 18 giorni prima di Vittorio e sua madre Maria Teresa Cimino, sorella della nonna Peppina di Vittorio Butera, aveva poco latte, nonostante avesse in precedenza allevato ben otto figli. I due bambini, per motivi diversi, si trovavano però a ricorrere al latte della stessa balia e perciò diventarono «fratelli di latte». Questa particolare tipologia di rapporto − oggi scomparsa per le mutate condizioni sociali e le conquiste della scienza medica − era un tempo piuttosto diffusa e oggetto di un posto di rilievo nel cuore di chi aveva condiviso il latte di una donna con un altro bambino.

E così i due «fratelli di latte» divennero inseparabili, «come l’ombra che segue il corpo» afferma Umberto Stranges nel citato articolo:

Per Vittorio non c’era che Umberto, per me non c’era che Vittorio. […] Fino all’età di dieci anni, cioè fino alla prima dolorosa separazione per ragioni di studio, fummo l’uno per l’altro come l’ombra che segue il corpo. Quanti giochi in quel nostro caro paese di Conflenti. Giocavamo “a paratelle”, alle fosse, a ziparu e mazza, a correre come folletti.

I giochi che Stranges rievoca, come tanti altri dello stesso tipo, sono giochi ormai scomparsi ma indimenticabili per quelli che li hanno praticati. Le “paratelle” è la caccia degli uccelli con le reti, “ziparu e mazza” è il temutissimo dai genitori gioco della lippa, lanciare il più lontano possibile un bastoncino appuntito (ziparu, in conflentese) per mezzo di un bastone usato come mazza, ecc. Giochi da praticare all’aria aperta, nei grandi spazi, adatti alla vita “selvatica” dei ragazzi ancora padroni dei campi e delle piazze, ma che da lì a poco sarebbero stati soppiantati dai giochi imposti dalla società del boom economico.

Salivamo a volte fin sulla montagna di Riventino per raccogliere funghi nel bosco.
E ci sentivamo felici di vivere all’aria aperta e spensierati.

Un altro luogo di ritrovo era la piazza antistante il Santuario della Madonna di Visora. L’olmo secolare e gigantesco che i conflentesi chiamano “pioppo” (su questo vedi il mio articolo sugli olmi) era una palestra naturale. Sfidare la forza di gravità salendo sulla gigantesca chioma era il minimo che i ragazzi potessero fare. Erano «arrampicate da scoiattoli e acrobazie da saltimbanchi», ricorda Stranges.
Fu in questi anni spensierati che Vittorio Butera conobbe ogni aspetto della campagna e della vita dei pastori e dei contadini, accumulando un patrimonio sterminato di nomi e modi di dire, osservando i comportamenti dei personaggi con le infinite sfumature che la vita poteva offrire.

Presto arrivò il tempo della scuola. Frequentò la scuola elementare, sempre nel suo paese di Conflenti, sotto la guida del maestro Emanuele Caruso che era anche un suo parente. Il maestro Caruso era e restò il maestro per eccellenza, come era accaduto e accadde ancora per molti anni, nei piccoli paesi in cui il servizio di scuola pubblica gratuita per tutti era da poco entrato in funzione, con tutte le difficoltà in cui i maestri dovevano districarsi. Difficoltà legate alle esigue risorse economiche degli enti comunali per il loro funzionamento, alla difficoltà di sottrarre i bambini alle richieste  da parte delle famiglie per il loro impiego nei lavori dei campi e la cura degli animali. E poi c’è da tenere conto delle distanze tra le abitazioni sparse e la scuola, amplificate dalle cattive condizioni delle strade da percorrere con pioggia, neve e un abbigliamento non sempre adeguato, tanto per usare un eufemismo.

Il maestro Emanuele Caruso

Il maestro Emanuele Caruso

Ecco allora che quelle figure di maestri che per loro vocazione e attitudini particolari, fatte di un giusto equilibrio tra severità e bontà, tra autorevolezza sociale capace di fare pressione sulle famiglie e bontà capace di attrarre e trattenere i ragazzi spesso privi di qualsiasi precedente esperienza di convivenza sociale, assunsero lo status di vere leggende viventi che era difficile dimenticare. E don Emanuele Caruso fu proprio uno di questi maestri. Il numero di alunni che gli erano affidati era enorme ( 83 dice Stranges) ma tutti lo ricordarono sempre con affetto, come dice Cimino nel suo articolo. Anzi, lo stesso autore, afferma che ancora (siamo nel 1972) molti anziani superstiti ex-alunni del grande maestro lo ricordavano con affetto. Ecco quanto scrive Carlo Cimino:

Uno di questi vecchietti, Umberto Folino, un sarto quasi centenario, ci ha assicurato che egli, come tutti i suoi compagni, ha appreso dal Caruso non soltanto l’abbici, ma anche l’arte dell’innestatore, perchè «Ddo’ Mmanuele», da vero precursore della scuola attiva, insegnava, conducendo la scolaresca nella sua vigna, a potare e ad innestare, arte che prima era quasi del tutto sconosciuta presso i contadini conflentesi più vecchi.

Compagno di banco di Vittorio Butera era, neanche a dirlo, il «fratello di latte» Umberto Stranges. Il banco era collocato nella prima fila, come si usava per gli alunni più diligenti e desiderosi di apprendere mentre, sempre per tradizione, le ultime file erano destinate ai “meno interessati”, per così dire.

La scuola piaceva molto al piccolo Vittorio che proprio lì sognerà di tornare nella bellissima poesia «Tuornu a ra scola» scritta molti anni dopo in cui rivela la struggente nostalgia per l’infanzia e i tanti amici del tempo che fu. Il maestro era inflessibile ma buono, severo ma affettuoso, insomma un giusto. E perciò gli alunni lo adoravano. Continua Stranges:

Vittorio, primo fra tutti per ingegno e disciplina, era stato nominato Capo banco del primo banco accanto al Maestro. Prima e dopo di lui ebbero quell’onorifico incarico Giuseppe Maria Roberti di poi Generale dei Minimi e Consultore della Sacra Congregazione dei Riti e Tommaso Pontano, che doveva poi divenire l’illustre clinico oggi tanto onorato.
Le qualità del nostro “capobanco” si riflettevano su tutta la scolaresca, che pur avendo per Lui la massima cordialità, si sentiva trasportata e quasi costretta a seguirne l’esempio. Ricordo questo episodio: per i bisogni della scolaresca, necessitava provvedere giornalmente a turno fra gli scolari ad attingere l’acqua da bere dalla vicina fontana delle destre a mezzo di “vozzarelle“.
Un povero ragazzo un giorno inciampa e rompe la vozzarella: Vittorio si accusa lui dinanzi al maestro dell’incidente e versa il denaro occorrente per l’acquisto di una nuova “vozza”.
Un’altra volta fa ritorno a casa senza la giacca: l’aveva regalata ad un misero pastorello che ne era privo.

Vittorio Butera cresce come un ragazzo modello: ubbidiente, studioso, sensibile, generoso. A scuola è un punto di riferimento e la stima di cui godeva in quest’ambiente si estendeva anche all’esterno.

Fu in questi anni della scuola elementare che Vittorio Butera conobbe una fanciulla che gli fece battere il cuore. Il contesto, secondo il racconto di Stranges, in cui si ambientano i primi approcci tra i due è l’aia per la trebbiatura del grano che si trovava nella parte posteriore del Santuario:

La trebbiatura delle biade avveniva sul piazzaletto dietro la chiesa  cosiddetto “a gella” e con mezzi primordiali, ossia con le pietre tirate dai buoi. La scoscesità del territorio di Conflenti non permetteva la costruzione di apposite aie per i lavori di trebbiatura. I covoni venivano per tempo ammucchiati su quello spiazzo e tutto il periodo in cui avveniva la trebbiatura costituiva per tutti noi ragazzi una vera festa. Quanta allegria, quanti scherzi, quanti capitomboli sulla paglia! E che canti appassionati si innalzavano in cielo durante quei lavori, per merito delle giovinette e delle donne lavoratrici!

Fu precisamente su “a gella“, durante la trebbiatura, che nella sensibile anima di Vittorio si accese la prima scintilla dell’amore. Fu una bimba di otto anni appena, ma già tanto precoce; bellissima, fortemente bruna, con due occhioni neri splendenti, buona quanto si può esserlo in questo mondo; sempre mesta, forse perchè presaga del dolore che l’attendeva per l’irrealizzabile sogno che provocò l’incendio nel cuore di Vittorio. Si amavano come se avessero avuto vent’anni, profondamente, seraficamente quasi.
Io solo conoscevo il segreto di questi due cuori.

Che meraviglia la descrizione che fa Stranges dell’innamoramento del suo amico e del segreto che solo lui conosceva. La descrizione che poi fa dell’ambiente è spettacolare: antropologia senza antropologo!

Gella

‘A gella oggi

Come non evocare la forte analogia che questo primo amore di Butera ha con la vicenda che, forse proprio in quegli stessi momenti, stava vivendo il suo futuro amico Michele Pane nella sua Adami, quando si innamorò, nel modo in cui si può innamorare una ragazzino di dieci anni, di una sua coetanea compagna di giochi, la piccola Stella cui dedicò la bellissima poesia ‘A nsinga? Michele e Vittorio, e due bambine che resteranno nei loro ricordi per sempre dopo averle perse, pur per diversi motivi.
Anche Vittorio dedicherà, molti anni dopo, come anche aveva fatto Michele Pane,  a questo suo primo amore una poesia. Nel numero speciale di «Calabria Letteraria» citato, viene addirittura pubblicato il manoscritto di quella poesia, qui riprodotto:

Manoscritto di Tannu e mmo

Vittorio Butera cerca le parlo giuste per descrivere i giochi spensierati e le corse a rotta di collo per i pendii. Comincia con «ppe sse missate» (i campi di stoppie dopo la mietitura del grano); poi cambia idea e scrive un più romantico e, forse, più comprensibile «ssi prati prati» ma gli suona innaturale e artificioso. Opta infine per «ss’uorti a ppinninu», una bellissima espressione, forte, autentica e che rende efficacemente le corse a perdifiato per strade, terreni, tra siepi spazi aperti. No, non si trattava di pianure con erba verde, non ci sono “prati” in un paese che non se li poteva permettere per la sua conformazione. Erano viottoli, orti coltivati, terra contesa dall’uomo alle pendici della montagna. Quello era il vero scenario delle corse!
Altrettanti tentativi deve compiere quando deve descrivere il momento dell’addio, al calare della sera. Vittorio vuole ricorrere alla comparsa delle prime stelle come segno che per la bambina era arrivato il momento di tornare a casa. Prova con «Tu quannu ‘ncielu ad una ad una i stilli / ncignavanu a niscire, ti nne jie» (Tu quando in cielo una a una le stelle / cominciavano a comparire, te ne andavi) ma non gli piace. Sceglie infine «’A sira, quannu ‘n cielu i primi stilli / ‘ncignavanu a llucire, ti nne jie» (A sera, quando in cielo le prime stelle / cominciavano a brillare, te ne andavi).

Ma l’idillio era destinato a spezzarsi. Ragioni sociali, azzarda Stranges: la famiglia di Vittorio Butera, benestante, non avrebbe mai accettato una ragazza di modeste condizioni come compagna per chi era destinato a perpetuarne il nome. Non so quanto questo corrisponda al vero e non si tratti piuttosto di una motivazione trovata a posteriori. Si trattò, probabilmente, della normale conclusione di un’infatuazione, di una presa di coscienza della ragazza che si era resa improvvisamente conto dell’avvicinarsi dell’età della ragione, l’età in cui, specialmente in un piccolo paese, a una ragazza si chiedeva altro contegno. I maschi non potevano più essere compagni di gioco:

‘U’ bbuogliu ‘sti capilli

Vasati, cumu prima, cchiù dde tie:

Mo’ simu granni, ‘u’ simu piccirilli!

Ecco le parole dell’amico di Vittorio Butera:

La disuguaglianza sociale rappresentava, in quei tempi, un ostacolo insormontabile fra i due innamorati, ma pur coscienti di ciò, né l’uno né l’altra riuscivano a troncare quel dolce legame. Il pensiero di Vittorio era tutto preso di lei, tanto che mentre parlava, scriveva o studiava, rimaneva assorto in una visione incantevole, come trasognato, mormorando il nome della fanciulla amata, disegnando il suo profilo, somigliantissimo, tanto lo aveva stampato nel cuore e nella mente.

Intanto passano gli anni e Vittorio Butera conclude gli studi elementari. Il padre avrebbe desiderato che continuasse gli studi, non tanto per avviarlo a qualche particolare professione quanto piuttosto per acquisire le conoscenze che avrebbe potuto spendere nella razionale gestione delle proprietà. Anche in Calabria si era capito che la conduzione redditizia delle proprietà agricole doveva tenere conto dei progressi fatti nelle tecniche agrarie, nella produzione dell’olio, nella vinificazione oltre che nei rapporti con banche e altri soggetti ancora. Non sappiamo nei dettagli in quale settore fosse particolarmente vocata la gestione della proprietà Butera ma, verosimilmente, lo era un po’ in tutte quelle cui si è accennato. Ma gli eventi sociali ed economici correvano più in fretta dei propositi degli imprenditori e ben presto i piccoli proprietari si trovarono di fronte a difficoltà economiche che non sarebbe stato facile prevedere. Umberto Stranges così racconta quel periodo:

Conseguita la licenza elementare, io e Vittorio avremmo dovuto proseguire gli studi, essendo nei voti dei nostri familiari di far seguire a Vittorio gli studi d’ingegneria mentre io avrei dovuto entrare nell’Accademia Navale di Livorno. Ma sopravvenute difficoltà economiche in seno alle nostre famiglie c’impedirono di frequentare le classi superiori.

Le famiglie dunque avevano già dei piani per la futura generazione. Vittorio Butera si sarebbe dovuto trasferire in qualche collegio, forse a Catanzaro, per frequentare il Liceo e poi trasferirsi a Napoli per la laurea. I costi però non erano alla portata della famiglia. Anche l’ipotesi della carriera nella Marina Militare per Stranges, che, come vedremo a breve, altri familiari avevano già seguito, si dimostra impervia.
I due rimangono a Conflenti, continuando però ugualmente gli studi in forma privata sotto la guida del loro ex maestro e congiunto Emanuele Caruso. Il maestro, molto preparato in tutte le discipline ma specialmente in latino, francese e matematica, fornisce loro una buona preparazione corrispondente all’attuale scuola media.

Poco tempo dopo, intorno al 1891, avviene la svolta fondementale nella vita di Vittorio Butera. Il fratello del padre, lo zio Giovanni, è tenente medico di I classe della Marina Militare a La Spezia.

Lo zio Giovanni Butera

Lo zio Giovanni Butera

Non conosciamo la situazione familiare di Giovanni, se fosse sposato e se avesse figli, né si conosce la data di morte del padre di Vittorio per capire che cosa abbia spinto il tenente medico Giovanni a offrirsi per provvedere al mantenimento nella città di La Spezia del nipote Vittorio. Forse un po’ tutte queste cose insieme, unitamente all’età avanzata dei nonni (sempre che fossero ancora tutti in vita) i quali non avrebbero potuto fare molto per Vittorio.
Comunque siano andate le cose, nel 1891 Vittorio Butera, prima ancora di compiere 15 anni, si trasferisce a La Spezia, accompagnato dallo zio che era venuto apposta in Calabria. Su questo momento del trasferimento in una città di Vittorio Butera, si sofferma Valerio La Vecchia in un articolo dal titolo «Vittorio Butera favoleggiatore e lirico» apparso su «Scrittori Calabresi» (Anno VI, n. 1, Gennaio 1954):

Cosa sia successo nel suo animo a causa di questo passaggio brusco dalle quattro case di Conflenti ai palazzoni di Napoli, Roma, La Spezia, dai vicoli pieni di fango del suo paese alle strade ampie e luminose delle grandi città, ci è dato saperlo da lui stesso, il quale ci ha confessato di esserne rimasto turbato profondamente e sbalordito. Non aveva mai visto una carrozza, non conosceva una vetrina di negozio; il treno, il mare, le persone stesse gli sembravano immagini irreali; gli pareva di vivere una favola, non una di quelle favole che egli scriverà in seguito dalla morale rassegnata e ammonitrice insieme, ma una favola di Mille e una Notte; e, quello che è più curioso, non conosceva l’italiano.

La Spezia

Quando La Vecchia scrive Vittorio Butera è ancora vivo, sebbene manchi poco alla sua fine. Ciò che racconta, e che non finisce qui, quindi è stato ascoltato direttamente dalla bocca del poeta ed è degno della massima fede. Altri particolari, ancora dallo stesso articolo:

Ci diceva l’altro giorno di non sapersi spiegare come mai, pur mancando da moltissimo anni dal suo paese, parli ancora il dialetto di quei luoghi come se vivesse in quei campi, in quelle contrade. Ma non ci ha confessato egli stesso che nella scuola privata di La Spezia, nella quale città frequentò fino alla prima classe d’istituto tecnico, nei primi tempi parlava in dialetto e chiamava Donna Giulia, la moglie del suo professore, “vussuria”? E dunque come non può essere ancora fedele al dialetto che per ben quattordici anni è stato l’unica lingua fino allora conosciuta, eccettuate, s’intende, le poche nozioni apprese nelle scuola primarie?
Il dialetto di Conflenti si era radicato nel suo animo così come il ricordo di quei luoghi e di quelle cose care.

Vittorio Butera si apre a nuovi orizzonti, scopre un universo che fino ad allora aveva potuto solo immaginare, anzi forse nemmeno immaginare. Ma poco a poco vi si adatta e comincia a comporre versi, come rievocazione di un mondo lontano e che tuttavia sarà sempre presente fino alla fine, con sua stessa sorpresa come confessa a La Vecchia.
Vittorio Butera era sistemato presso qualche famiglia oppure aveva un posto in uno dei convitti privati di La Spezia. Lo zio, a causa degli impegni di lavoro che lo assorbivano per molto tempo, non avrebbe avuto modo di occuparsi direttamente del nipote e quindi i due si potevano vedere solo la sera di sabato, le domeniche e gli altri giorni di vacanza. Si deduce ciò dalle parole di La Vecchia:

Ma a Portovenere dove si recava il sabato per trascorrere il successivo giorno di vacanza con lo zio che era Direttore di quell’ospedale militare, nacque in lui il desiderio di imparare bene la lingua italiana: voleva descrivere nella lingua di Dante l’amore e la riviera ligure che l’aveva ammaliato. E in italiano, infatti, scrisse nel 1892 a Portovenere “Larve Quindicenni”, 18 liriche che raccolse in un quaderno che conserva ancora come ricordo della sua giovinezza.

Portovenere - panorama

Portovenere – panorama

Portovenere

Portovenere

Lo zio Giovanni ebbe notevole influenza nella formazione di Vittorio. La sua ricca biblioteca  fu una fonte provvidenziale per la formazione del giovane che si appassionò specialmente allo studio del francese tanto da — scrive Umberto Stranges — tradurre in quella lingua il Pinocchio di Collodi. Un altro elemento — secondo me uno dei principali per comprendere il carattere del poeta — è la passione dello zio Giovanni per l’enigmistica.
Umberto Stranges parla dello zio Giovanni come di un «solutore imbattibile di enigmi», passione che ben presto contagiò il nipote Vittorio. Questi prese a inventarne di propri che dovettero risultare belli e originali tanto da essere pubblicati da giornali e riviste, come ad esempio «La Sfinge di Antenore». Vittorio si nascose dietro lo pseudonimo Tito Tuberarvio (l’anagramma di Vittorio Butera) che però fu facilmente decodificato dallo zio Giovanni il quale si arrabbiò col nipote: «Se non la smetti di perdere tempo per comporre enigmi, ti spedisco senz’altro a Conflenti a piantar cavoli!»
La preoccupazione dello zio era che Vittorio perdesse tempo e trascurasse gli studi per i quali si era assunto l’onere di mantenerlo a La Spezia. Piantare cavoli poi era una minaccia realistica e non campata in aria poichè i cavoli di Conflenti, un’antica e apprezzata varietà tuttora presente, erano effettivamente una delle coltivazioni principali del paese.
Vittorio però continuò, limitandosi a cambiare lo pseudonimo nell’ancora più riconoscibile «Silano», ma questa volta lo zio lasciò correre anche perchè quegli enigmi gli piacevano proprio tanto.
Come enigmista Vittorio continuò a pubblicare su «Diana d’Alteno» e «Favilla» edite a Firenze, usando anche altri pseudonimi come Siro e Tirteo (dal nome di un poeta greco), però anche anagrammi rispettivamente di “riso” e “ittero”. Su «Diana d’Alteno» troviamo un bel giudizio su Vittorio Butera:

Scrive con metro vario evitando quella odiosa monotonia che rende pesanti e distrugge i germi di genialità nei lavori enimmistici.

Vittorio Butera restò a La Spezia per tre anni, fino a quando cioè non ottenne la promozione al secondo anno dell’Istituto Tecnico sezione fisico-matematica. Nell’estate del 1894 tornò in Calabria, prendendo alloggio a Catanzaro per continuare gli studi tecnici. Del ritorno di Vittorio nei luoghi di origine apprende la notizia l’amico e cugino Umberto Stranges il quale nel frattempo era finito a Reggio Calabria nel Convitto Niccolò Tommaseo dove l’aveva destinato il fratello maggiore Antonio, ufficiale della Marina. Umberto raggiunge Vittorio a Catanzaro, scappando dal convitto di Reggio e insieme prendono in affitto una camera in via Bellavista.
Lì non resteranno molto tempo poichè, come racconta Stranges, un “incidente” accaduto con i padroni di casa suggerirà loro di cambiare aria. Era accaduto che una sera, dentro la frittata di pasta che fu servita loro per cena, i due trovarono un coccio di piatto, segno della poca cura che si poneva nella preparazione e nell’igiene degli alimenti. Così decisero di cambiare alloggio e si separarono: Stranges presso un amico del quale in futuro sposerà la sorella e Vittorio Butera presso un sacerdote di nome Singlitico.

Conseguito il diploma tecnico a Catanzaro, Vittorio Butera si trasferisce a Napoli per iscriversi al corso di laurea in Ingegneria, secondo i piani prestabiliti. In quel periodo ritroviamo Umberto Stranges a Messina dove, sempre per volontà del fratello Antonio, era stato destinato per continuare gli studi.  Ma i due amici non riescono a stare separati e Vittorio Butera, forse anche per ricambiare il segno d’affetto che spinse Umberto a lasciare Reggio per Catanzaro qualche anno prima, decise di trasferirsi da Napoli alla città dello stretto in Sicilia.

A Messina presero alloggio nella stessa stanza, naturalmente. Insieme a loro troviamo altri personaggi: Vincenzo Fragola, Luigi Sirianni, Pasquale Sorbara, Emilio Grandinetti, Eugenio e Peppino Petracca; tutti, tranne Fragola, abitavano nella stessa casa insieme a Vittorio e Umberto.
Un bel gruppo di universitari, pieni di goliardia, con qualche problema per far tornare i conti fino alla fine del mese ma felici e spensierati. Degli amici che costituiva il gruppo conosco solo Emilio Grandinetti (1882-1964), grande amico di Michele Pane e destinato a una gloriosa carriera nel mondo politico e sindacale negli Stati Uniti. Era nato a Decollatura e subito dopo il periodo trascorso a Messina si trasferì negli Stati Uniti nel 1906 dove iniziò l’attività di giornalista e sindacalista nell’Amalgamathed Clothing Workers of America e per questo inserito dalla polizia italiana nell’elenco dei sovversivi da tenere sotto controllo. Vittorio Butera manterrà i contatti con Emilio Grandinetti fino alla fine, intrecciando con Michele Pane, Gabriele Rocca, Luigi Costanzo e gli altri amici intellettuali di tutta la Calabria una fitta rete di relazioni. Ma torniamo agli anni giovanili di Vittorio Butera.

Vittorio Butera e Umberto Stranges erano gli unici studenti del gruppo che potevano contare su una cifra mensile sicura. Si aggirava intorno alle 100 lire dell’epoca, corrispondenti all’incirca a 400-500 euro attuali. La cifra, naturalmente, non sempre bastava fino alla fine del mese poichè spesso dovevano sovvenzionare anche gli amici che versavano in maggiori ristrettezze economiche ma che le regole della solidarietà impedivano di lasciare senza aiuto. E talvolta furono costretti a inventarsi qualcosa di straordinario per uscire fuori da situazioni di grave deficit economico. Umberto Stranges ne racconta una particolarmente gustosa, quando il gruppo si trasformò in compagnia teatrale improvvisata:

Una sera di carnevale, l’intera compagnia non disponeva di una sola lira. Il più desolato di tutti era Vittorio il quale, da eccellentissima forchetta qual era, non trovava requie al pensiero di dover passare una serata senza cena. Passeggiava in lungo ed in largo per lo stanzone. Di botto si ferma e lancia questo comando: «Umberto e Peppino, chitarra e mandolino; Cafiero canto; Sirianni ed io, piattino!…». Fu una esplosione di gioia. Del resto era di carnevale e per giunta di sera. Detto fatto, la brigata si mise subito in marcia. Prima tappa: «Il Fanfullino», dove eravamo abbonati a trentacinque lire al mese. Entriamo nella sala, affollatissima. Notiamo subito un movimento generale di fastidio, ma noi restiamo calmi e ci prepariamo al gran debutto. Primo numero: «La pattuglia turca» di Mozart, che io e Petracca eseguivamo a meraviglia con mandolino e chitarra. Segue il tenore Cafiero, il quale canta, in modo incomparabile e con voce calda ed appassionata, una dolce serenata siciliana. Molti avventori ci guardano, qualcuno ci sorride, tutti ci ascolatano. Io sono un po’ emozionato, ma non esito ad attaccare subito dopo la seconda mazurka di Kujawiak magistralmente accompagnato da Petracca. Un vero trionfo. Tutti si alzano ed applaudono. Vittorio, che durante il concerto non aveva fatto altro che scrutare l’uditorio, afferra Gigi da un braccio e gli sussurra svelto: «A noi adesso, tu a destra ed io a manca (col piattino, si intende). Fu un secondo trionfo, giacché i piattini si riempirono e si svuotarono diverse volte.
Incoraggiati dal successo, andammo a suonare in altre trattorie e bar. Dovunque lo stesso trionfo.
Fu così che quella sera di carnevale che avremmo dovuto passare senza cena, divenne, per merito del nostro condottiero Vittorio, una serata di gala fino a giorno inoltrato.

In questo racconto di Umberto Stranges vediamo Vittorio Butera prendere il ruolo che conserverà per sempre, cioè quello dell’organizzatore di incontri conviviali aventi per tema la buona tavola e il divertimento goliardico. Anche molti anni dopo ritroviamo nei biglietti e lettere scritti a Gabriele Rocca, Luigi Costanzo e agli altri amici la sollecitazione a organizzare convivi letterari e… gastronomici, specialmente memorabili frittuliate, cioè scorpacciate a base di carne di maiale. Il gusto per la buona tavola lo porterà però, passati gli anni giovanili, a prendere peso — tanto per usare un eufemismo — e ad avere conseguenze anche per la sua salute.
Insieme a Umberto, Emilio e Luigi Sirianni Vittorio costituì un sodalizio che lo stesso Umberto chiama dei «tre moschettieri sportivi» che però, come nel romanzo, erano quattro. Si dedicavano anche ad attività sportive, in cui però Vittorio Butera non eccelleva. Come quella volta che facendo una gita in bicicletta a Ganzirri (una frazione di Messina), Vittorio centrò in pieno col suo mezzo la bottega di un calzolaio e rischiò seriamente di prendersi la giusta punizione da parte del malcapitato artigiano. Senza scomporsi Vittorio caricò la sua bicicletta «piegata ad X» su una carrozzella e come un redivivo Don Chisciotte che aveva lottato contro i mulini a vento, fece ritorno a casa.

Ma nonostante l’apparente spensieratezza, Vittorio pensava sempre al suo paese e alle dolci figure che più amava e che gli erano lontane. Un giorno, tornando a casa, Umberto trovò Vittorio più triste e pensieroso del solito,  «col volto solcato da una ruga profonda», ricorda l’amico. Alla domanda su quali fossero i suoi pensieri, Vittorio rispose che a occupare la sua mente fossero ancora il ricordo della nonna e «… lei, tu lo sai!…». Era ancora quella ragazza che era stata la sua prima grande intima emozione, quella ragazza con cui aveva corso a perdifiato per i campi e gli orti, quella di cui aveva baciato i capelli e che occupava perennemente i suoi pensieri.

A Messina Vittorio rimase fino alla conclusione del biennio universitario per trasferirsi poi a Napoli dove avrebbe concluso gli studi.
La laurea arrivò nel 1905 e subito dopo, per interessamento di Umberto Stranges che materialmente gli compilò la domanda, ebbe un posto di ingegnere in prova presso le Ferrovie dello Stato.
Come sede scelse Palermo poiché in quella città aveva trovato un’occupazione come ispettore metrico anche Umberto Stranges il quale, dopo la partenza di Vittorio da Messina, vi era rimasto per continuare gli studi di matematica e successivamente partecipare al concorso che aveva vinto.
A Palermo Vittorio Butera frequentava regolarmente la casa di Umberto — che nel frattempo si era sposato — e le librerie presso cui acquistava tutte le pubblicazioni in dialetto che riusciva a trovare. Forse fu proprio in quel periodo che la poesia, la scrittura delle sue poesie, era diventata una passione che prevaleva su tutto il resto. Anche sulla sua sistemazione definitiva presso le Ferrovie dello Stato Butera nutriva qualche perplessità tanto da trascurare di presentare i documenti richiestigli per la conferma nel ruolo dopo il periodo di prova.
Ancora una volta sarà Umberto Stranges a preparargli i documenti e la domanda che Vittorio «ebbe la compiacenza di firmare» che gli consentiranno di partecipare a un ulteriore concorso. Questa volta si trattava del posto di ingegnere capo presso il Comune di Crotone che riuscì a ottenere.
Trasferitosi nella città pitagorica, Vittorio Butera continuava ad alternare l’impegno nella redazione del progetto per l’acquedotto comunale a quello per la poesia che sempre più occupava i suoi pensieri.

Ma neanche questa era la sua sistemazione definitiva. Schiere di amici vigilavano sulla prima occasione da cogliere per spingerlo ad avvicinarsi a Catanzaro, e l’occasione non tardò ad arrivare. Si trattava di un concorso per un posto di ingegnere alle dipendenze della Provincia di Catanzaro che sembrava essere arrivato al momento giusto. La domanda e la documentazione, svela Umberto Stranges nel suo articolo, furono preparate da Felice Garcea, suocero di quest’ultimo. Vinto il concorso, Vittorio Butera si trasferì a Catanzaro, città che in vita non abbandonò mai, inizialmente ospite proprio della famiglia Garcea. Questo particolare non fu irrilevante nella vita di Vittorio, anzi fu all’origine della svolta più importante della sua vita, come si vedrà fra poco.

Nell’ufficio in cui lavorava godeva della stima del suo diretto superiore ing. Parisi e dei suoi colleghi, tra cui specialmente Michele Cantafio, ai quali sono dedicate molte poesie.
Dopo qualche tempo si era reso libero il posto di ingegnere capo e molti amici ritenevano che il posto dovesse toccare proprio a Vittorio Butera ma questi non volle saperne perchè gli sembrava di non poter poi guardare in faccia e dare disposizioni a quelli che fino a quel momento erano stati suoi compagni di lavoro. E così il posto andò al collega ing. Procopio con cui Vittorio intrattenne rapporti di sincera e duratura amicizia oltre che stima professionale. La motivazione del rifiuto, tratta da un suo scritto, non fu forse quella determinante. La verità era che Butera non voleva assumere posizioni dirigenziali che lo avrebbero portato, volente o nolente, a doversi piegare alla volontà dei gerarchi del regime fascista che non gli erano proprio congeniali. Non frequentava i raduni — e per questo subì rimproveri e minacce — e ascoltava Radio Londra di nascosto. No, una posizione di impegato gli garantiva maggiore libertà, che era la cosa cui più teneva!

Mentre ancora era ospite della famiglia Garcea una sera, tornando a casa da un viaggio per servizio, Vittorio non vi trovò nessuno. L’intera famiglia era andata a Pontegrande, quartiere di villini un tempo meta preferita  per la villeggiatura dei catanzaresi. Qui erano ospiti della famiglia di don Francesco Vitale che aveva in casa le sue tre figlie nubili. Una in particolare, Bianca Vitale, colpì immediatamente Vittorio Butera: «Vedere la signorina Bianca ed innamorarsene fu un attimo. La bellissima bruna, dagli occhi neri luminosi e profondi e dai capelli corvini, aveva operato il miracolo. Non passò molto e si sposarono.»

Bianca fu la compagna ideale di Vittorio Butera. Sempre al suo fianco, con il tempo si trasformerà nella perfetta infermiera destinata ad assisterlo negli anni in cui diversi malanni colpirono il nostro poeta.
Nella città di Catanzaro i due, con i tempo, si erano costruiti un’accogliente villetta dotata di giardino in cui Vittorio, nel tempo libero, coltivava le rose, una delle sue passioni.
Ma per quanto riguarda le case Vittorio Butera non si potè ritenere propriamente fortunato. La prima vicenda gli capitò nel 1931 quando la sua casa natale di Conflenti, da tempo abbandonata e senza alcuna manutenzione, crollò. Il dott. Giovanni Paola di Conflenti, che probabilmente aveva una proprietà confinante con la casa di Butera, commentò con un ironico «Finalmente!» pubblicato su «Il Popolo di Roma». Vittorio non perse l’occasione di rispondere con questi versi ironici e pungenti:

poesia

I ruderi della casa natale di Vittorio Butera

I ruderi della casa natale di Vittorio Butera (tratta dalle foto di Egidio Baratta su facebook)

Gli anni di Catanzaro furono i più fecondi per Vittorio Butera, sia per la sua produzione letteraria sia per il ruolo che si era saputo ritagliare all’interno della comunità culturale regionale che da ogni parte faceva riferimento alla sua persona. Non c’era rivista, convegno, attività letteraria qualsiasi che non chiedesse il suo contributo e il suo parere. La sua casa era frequentata da molti amici con i quali amava intrattenersi quasi sempre recitando i suoi versi che riscuotevano grande successo.
Per quanto riguarda la pubblicazione delle poesie, Vittorio Butera proprio non voleva saperne. Non conosciamo la causa di questa ritrosia, ma ritengo che avesse poca voglia di gettarsi in pasto a (eventuali) critici malevoli senza averne la necessità, specialmente mentre era in servizio come stimato ingegnere. Si occupava di poesia per pura passione, e allora perché esporsi con una pubblicazione?
Gli amici però — e fra questi specialmente Michele Pane — fecero molte pressioni per fargli pubblicare la raccolta delle sue poesie. Peppino Casalinuovo, De Franco, Patari e soprattutto don Luigi Costanzo e Gabriele Rocca operarono infine il miracolo. Don Luigi fu il personaggio decisivo: supposizione basata sul fatto che Prima cantu e ddoppu cuntu, la prima e unica raccolta pubblicata con il poeta in vita, fu pubblicata a Roma dall’editore decollaturese Vittorio Bonacci che era in strettissimi rapporti con don Luigi Costanzo.

Con il passare degli anni Vittorio Butera cominciò ad avere problemi di salute legati soprattutto al sovrappeso che lo affliggeva. Non saprei dire quanto di questo sovrappeso fosse realmente da attribuire a cause genetiche o piuttosto ai gusti alimentari di Vittorio. Nella sua corrispondenza e nelle poesie il riferimento alla buona tavola è costante. I maccheroni, i salumi, la carne di maiale e, naturalmente, il vino godevano di grande reputazione nei gusti di Vittorio Butera.  I lavoretti che portava avanti nel suo giardino non potevano costituire certamente un mezzo efficiente per smaltire le calorie assorbite e il peso andava sempre più aumentando. Arrivato al peso di cento chili il cuore lanciò un segnale di allarme. Consultati i medici, il responso fu: dieta e riposo. Specialmente il famoso clinico dott. Tommaso Pontano, amico e cugino di Vittorio, fu irremovibile nel prescrivergli il più assoluto riposo. Vittorio, abituato com’era a una vita attiva, mal sopportava questi divieti giungendo a farsi scattare una fotografia da Umberto Stranges in cui era ritratto seduto su una poltrona e legato da una robusta corda. La foto era destinata al dott. Pontano, che esercitava a Roma, per fargli capire della prostrazione in cui si trovava il poeta per colpa dei suoi divieti.
Questo è il testo di uno dei biglietti in rima fatto pervenire al dott. Pontano:

Tumà, sai quantu pisu? Annu passatu
èrad’uttanta rùotula a ru gruossu:
mò sugnu nuvant’unu, purpa ed ùossu,
Ch’a pasta de Gragnanu m’ha ggiuvatu…

E ddire ca t’avìa ppropiu juratu
de me manciare arùculi de fùossu
e dde vidìre pènnere mpicatu
a ri travi ‘e sazizze e ru mastruossu!

Ma pùe, cchi bbùe de mie? L’autra matina
Zerte suppère curme ‘e maccarruni
Me purtaru dde nùovu a ra ruina…

O razza cujjintara de manciuni,
Chi gridamu: San Pàulu a ggargia chjna
Sulu quannu nn’affruntanu i curzuni!…

29 ottobre 1929

I rapporti tra Vittorio Butera e Michele Pane erano cominciati in tempi remoti. Più di un testimone riferisce che fu proprio l’incontro tra i due che convinse Butera a intraprendere la strada della poesia dialettale. Perchè quella della poesia in lingua italiana l’aveva già imboccata, come racconta La Vecchia nelle parole sopra riportate. Nel 1892 dunque Butera aveva già scritto le dodici liriche di «Larve quindicenni», raccolte in un quaderno che La Vecchia ebbe modo di consultare durante l’intervista. Contravvenendo alla precisa volontà dell’autore, La Vecchia inserì nell’articolo anche il testo di una delle poesie dal titolo «Vita Breve»:

VITA BREVE

Sul verde prato
Vago, fiorito,
Un dì mi hai amato

Ora sul bianco,
Nevoso piano,
T’invoco invano.

Povero amore
Sì presto nato,
Poco hai durato

Avrebbe forse anche continuato a scrivere solo in italiano, se non ci avesse messo lo zampino il caso. E così accadde che un giorno, nella farmacia di Ottavio Pontano (fratello del clinico Tommaso) si trovava Michele Pane. Probabilmente c’era anche Luigi, il fratello di Michele, anch’egli farmacista  in Adami e che aveva sposato nel 1898 Carlotta Pontano, sorella di Ottavio. Le farmacie, è noto, erano uno dei ritrovi degli intellettuali del tempo; vi si tenevano incontri e discussioni tra i maggiorenti del paese, anche di natura politica. Insomma, quella volta, a Michele Pane fu chiesto di recitare una sua poesia e lui, come sempre faceva e come poi farà anche Vittorio Butera, non si tirò indietro. Tra le altre, recitò «Tora», una delle più belle, destando molta impressione nei presenti:

Vittorio Butera lo ascoltò rapito, incredulo che il dialetto potesse arrivare a tanto, che avesse tutte quelle sfumature liriche e tutto quel sentimento: e da quel giorno capì che anche egli era nato poeta dialettale.
I primi tentativi potevano sembrare delle poesie tradotte dall’italiano, e questo fino al 15 gennaio 1899, giorno in cui nasce il primo canto spontaneo, che consacra Vittorio Butera poeta, “Tannu e Mò”.

Vittorio Butera capisce improvvisamente che il dialetto è lo strumento linguistico che cercava per esprimere quello che aveva dentro, sentimenti profondi o ironia, sermoni moraleggianti o nostalgia del passato.
La produzione proseguirà fino alla fine anche se con un’interruzione di venti anni (dal 1900 al 1921), come afferma La Vecchia, evidentemente su indicazione dello stesso poeta. Sono gli anni in cui è impegnato negli studi, nei cambi di residenza, nel matrimonio. Dal 1921 riprende la sua produzione che ammonta a centinaia e centinaia di poesie, destinate però a un pubblico di amici e non alla pubblicazione.
La ritrosia di Butera nel dare alle stampe i suoi componimenti non ha una spiegazione evidente. Certo non il desiderio di tenere tutte per sè poesie che invece spesso declamava agli amici e neanche, come da qualche parte si è letto, la difficoltà nell’affrontare le spese per la pubblicazione. Forse il vero motivo potrebbe essere stata, come già detto, l’indisponibilità di Butera al darsi in pasto a critici e detrattori che, come accaduto con tutti gli altri autori, si sarebbero messi in moto appena vista la sua pubblicazione. La differenza tra Butera e altri autori che pure, alla fine, hanno affrontato il “rischio” di critiche, sta nella particolare sua posizione: non deve vivere di poesia e quindi la spinta a pubblicare è piuttosto debole e poi c’è la sua posizione professionale in un posto prestigioso in un’istituzione prestigiosa che non vuole correre il rischio di compromettere. D’altra parte, dal punto di vista personale, le sue gratificazioni le aveva avute tutte. Era al centro di una fitta rete di relazioni intellettuali e godeva dell’amicizia e stima di una grande schiera di amici scrittori e poeti per cui nulla in più avrebbe potuto desiderare. Alla fine però, nel 1949, cedette alle insistenze degli amici e giunse alla pubblicazione di Prima cantu e doppu cuntu. A conferma di quando ho detto c’è da osservare che proprio nel 1949 era andato in pensione per raggiunti limiti di età.
I rapporti con Michele Pane furono sempre strettissimi. La loro corrispondenza attraversa tutta la prima metà del Novecento a riprova di una solida amicizia che coinvolgeva le rispettive famiglie. Qualche volta soltanto tra i due ci fu qualche piccola differenza di vedute, come accadde nel 1950 in occasione della stampa di una cartolina commemorativa dell’Anno Santo che ricorreva proprio in quell’anno. Vittorio Butera compose «I nostri Sommi Pontefici»  in cui ricordava i nomi di un’ottantina di papi, elencandoli in modo di avere qualche assonanza per la rima, e completando il tutto con uno schema di cruciverba in cui trovavano posto quei nomi.
A Michele Pane questa composizione, un po’ forzata si capisce, non piacque molto. E non tenne per sè questo giudizio tanto è vero che Vittorio lo venne a sapere, se non addirittura — ma questo non lo sappiamo con certezza — ebbe modo di farglielo sapere direttamente. E Vittorio, naturalmente, non ingoiò il rospo senza replicare, scrivendo la seguente poesia dedicata alle sua sestine:

SESTINE MAGROLINE. A MICHELE PANE. 1950

      Michele, o mie carissime sestine,
V’ha trovate un tantino magroline.
Di papi in un elenco, addirittura,
Volea forse trovar lirica pura?
E cosa s’aspettava da un inabile
Poeta a spasso ed ingegner papabile?

      Potea, come i suoi, nobile un parto
Sperare alato da un Vittorio quarto?
Visto che non da molto
Il costume sociale è capovolto,
Oronzo, Libertà, Dario, Bianca
E Vittorio ti stringono… la manca!

Dai versi finali di saluto si capisce che questa poesia fu ispirata e scritta in seguito a una visita in casa Butera di Libertà (la figlia di Michele Pane), il marito Oronzo e il figlio Dario. Anzi sono sicuro che a riferire a Vittorio del giudizio del padre sulle famose sestine sia stata proprio Libertà, vista la confidenza che intercorreva fra loro.
E già che parliamo di Libertà, viene naturale parlare delle circostanze in cui nacque una delle più belle opere di Vittorio Butera, cioè «‘A staffetta». Nel 1937 Libertà, che a Chicago aveva conosciuto un brillante avvocato italiano in visita alla Fiera Internazionale che si era tenuta in quella città nel 1933-34, stava per venire in Italia per una visita al paese di origine del padre e, soprattutto, per conoscere la famiglia dell’avvocato con il quale evidentemente aveva progettato di compiere il passo del matrimonio.
Michele Pane aveva composto per l’occasione la struggente poesia «A mia figlia Libertà», poesia in cui raccomanda alla figlia di visitare, elencandoli uno a uno, tutti i luoghi più significativi della sua storia personale e che più di ogni altra cosa portava nel cuore. La poesia di Pane divenne nota e accompagnò la figlia in tutti i luoghi che visitò e gli amici del padre che le riservarono ovunque accoglienze calorose. Ma il più grande omaggio le fu tributato proprio da Vittorio Butera che per l’occasione compose «‘A staffetta», la risposta alla poesia dell’andata. Butera riprende tutte le indicazioni che il padre dà alla figlia messaggera e compone la risposta che la figlia deve portare al padre, messaggera — “staffetta”, quindi — da parte della sua terra e della sua gente.
Butera sa del viaggio con congruo anticipo; si mette subito al lavoro per preparare il colpo teatrale che solo la sua mente scientifica e da enigmista riesce a concepire. Supera se stesso e talvolta i suoi versi, sebbene scritti in conflentese si fondono e sfumano nella lingua stessa usata da Pane. La stesura dell’opera è del maggio 1937, come si legge sulla prima pagina del dattiloscritto che Vittorio Butera donò a Libertà:

'A Staffetta

Quella che segue è la prima strofa nel dattoloscritto originale di Vittorio Butera:

'A Staffetta

La poesia fu consegnata a Libertà un mese dopo, nel giugno del 1937. Quello che segue invece è il dattiloscritto originale della poesia dedicata da Michele Pane alla figlia Libertà in occasione del suo viaggio in Italia a cui è risposta «’A staffetta»:

Dattiloscritto originale di "In occasione della partenza per l'Italia di mia figlia Penelope -Libertà - Fiorentina" di M. Pane

Dattiloscritto originale di “In occasione della partenza per l’Italia di mia figlia Penelope -Libertà – Fiorentina” di M. Pane

Quando poi Libertà, nel 1938, si sposò e restò in Italia, a Roma, le sue visite a Vittorio Butera divennero frequenti. In occasione dei suoi viaggi in Calabria per curare le proprietà che conservava a Sambiase, non mancava di fare visita a Vittorio e Bianca, cogliendo l’occasione per firmare e spedire una cartolina al padre in America.

Libertà con il figlio Dario, Bianca e Vittorio Butera a Catanzaro - Luglio 1948

Libertà con il figlio Dario, Bianca e Vittorio Butera a Catanzaro – Luglio 1948

 

I rapporti con Libertà e famiglia restarono sempre molto affettuosi. In occasione della morte dell’amico Michele Pane, oltre al telegramma di condoglianze, dopo qualche giorno Vittorio e Bianca scrissero una lettera di conforto alla figlia, con bellissime parole:

Vittorio Butera passò gli ultimi anni della sua vita a Catanzaro dove riceveva continuamente gli amici e si dedicava all’hobby del giardinaggio. Si allontanava solo per motivi di salute, come per le cure termali a Caronte o per partecipare a manifestazioni sulla poesia calabrese. La corrispondenza con amici sparsi in ogni parte del mondo lo occupava moltissimo, tanto da temere di “soccombere” per lo sforzo richiestogli dallo scrivere. Ecco come descrive il suo stato in una lettera del 1951 ad Alfredo Gigliotti:

Lettera di Vittorio Butera 1951

 

Negli ultimi anni di vita la salute di Vittorio Butera andò sempre peggiorando. I problemi principali gli erano causati dall’asma e dalla circolazione. Anche per esorcizzare la fine che vedeva avvicinarsi ogni giorno di più, Vittorio Butera aveva rivolto, ricambiato, alcuni versi a Michele Pane dicendogli che sarebbe stato lui, Vittorio, il primo ad andarsene:

Vittorio Butera a Michele Pane, 1952

Vittorio Butera a Michele Pane, 1952

E invece Vittorio si sbagliava. Pochi mesi dopo, il 18 aprile 1953, Michele Pane sarebbe morto per primo, nella città di Chicago.
La fine per Vittorio giunse il 25 marzo1955, nella sua casa di Catanzaro. A descrivere quel triste momento è Don Luigi Costanzo in una sua pubblicazione su «Brutium» di quell’anno:

Lo vedo ancora nella immobile e maestosa compostezza nella bara. Muto per sempre, Egli così loquace, così pronto ad effondersi: Egli, tutto parola! Chiusi i suoi occhi profondi di fanciullo! Ma era ancor desto il fascino della sua persona.
Egli era lì e pareva compiacersi della sfilata silenziosa e interminabile degli amici, come se li avesse Egli stesso convocati per un ultimo convegno, nella sua casa, in quell’angolo ove sono, intorno, i segni incancellabili della sua molteplice geniale e spesso bizzarra attività; in quell’angolo preferito che era come la sua cittadella che Lui solo bastava a presidiare, il suo piccolo reame, la sua officina, il suo laboratorio rallegrato dalla musa benigna e generosa; dove riceveva gli amici con quella cordialità schietta fraterna commossa che diventa — ahinoi! — sempre più rara.

Costanzo ci racconta anche quelle che furono le ultime parole pronunciate dall’amico poeta:

Le sue ultime parole?
Lo so: molti amici lontani vorranno sapere com’Egli è morto.
Le ultime parole hanno come valore testamentario; sono come un suggello finale; hanno — quando non son vano delirio — significato conclusivo.
Vittorio aveva accolto, restando a letto, alcuni amici napoletani. S’era riempita l’anima di visioni partenopee. Aveva rivisto la spiaggia incantata, S. Lucia, Posillipo, Sorrento. Aveva respirato l’aria della fugace giovinezza lontana e s’era poi rifugiato in un settore di giovinezza perenne. Abbandonandosi all’onda melodica, aveva ripetuto versi e versi di Salvatore Di Giacomo, con gli occhi fissi a luci remote. La bellezza è anche verità. Anch’essa è testimonianza di Dio.
Poi, un respiro più profondo.
La favola breve era finita!

Muore dunque Vittorio Butera acompagnato dai versi che egli stesso stava recitando. Versi non suoi, ma del poeta napoletano che aveva sempre ammirato, i cui libri andava cercando affannosamente mentre era a Palermo, mentre stava ancora definendo la sua propria via alla poesia. Umberto Stranges, che di questa ricerca negli anni di Palermo era stato testimone, ci dice anche che i versi declamati come in sogno da Vittorio Butera mentre passava a un’altra vita, erano quelli di «’E cecate ‘e Caravaggio»:

Dimme na cosa. T’ allicuorde tu
e quacche faccia ca p”o munno e’ vista,
mo ca pe’ sempe nun ce vide cchiù?

Sì, m’ allicordo; e tu?-No, frato mio;
io so’ nato cecato. Accussì ncielo,
pe mme murtificà, vulette Dio…

Lassa sta’ Dio!… Quant’ io ll’ aggio priato,
frato, nun t”o puo’ manco mmaggenà,
e dio m’ ha fatto addeventà cecato.

E’ overo ca fa luce pe la via
‘o sole?…E comm’ è ‘o sole?-‘O sole è d’ oro,
comme ‘e capille ‘e Serrafina mia…

Serrafina?…E chi è? Nun vene maie?
Nun te vene a truvà?-Sì…quacche vota…
E comm’ è? Bella assaie?-Sì…bella assaie…

Chillo ch’ era cecato ‘a che nascette
Suspiraie. Suspiraie pure chill’ ato,
e ‘a faccia mmiezz’ ‘e mmane annascunnette.

Dicette ‘o primmo, doppo a nu mumente:
–Nun te lagnà, ca ‘e mammema carnale
io saccio ‘a voce…’a voce sulamente…

— E se stettero zitte. E attuorno a lloro
addurava ‘o ciardino, e ncielo ‘o sole
luceva, ‘o sole bello, ‘o sole d’ oro…

Due ciechi, uno dalla nascita e uno che lo era diventato da grande, parlano dei ricordi delle facce e delle persone, quando ancora, almeno uno di loro, aveva poturo vederle. Ma, a mitigare il dolore di quello che per un po’ aveva avuto il dono della vista, interviene l’altro, il cieco dalla nascita. Della mamma “carnale” aveva il solo ricordo della voce, non avendo mai avuto la gioia di poterla vedere. Era questo che anche nella vita di Vittorio Butera aveva lasciato un segno profondo; una madre solo immaginata e mai neanche vista, se non per pochi mesi, quando ancora era troppo presto per poterne conservare un qualsiasi ricordo. Più sfortunato ancora del cieco!

Salvatore Di Giacomo: ‘E cecate ‘e Caravaggio – Voce di Eduardo De Filippo:

I funerali si svolsero a Catanzaro il 27 marzo. Due furono i discorsi ufficiali, tra cui quello di Gabriele Rocca. Neanche un articolo di giornale, ebbe a dire lo stesso Rocca a Libertà per consolarla della disattenzione mostrata dalla patria nei confronti del padre Michele Pane. Così come riporto in «Michele Pane. La vita» (pag. 231), Rocca rimarca la solita assenza delle autorità del paese d’origine del poeta ai suoi funerali: c’erano solo un parente di Catanzaro e una nipote di Scigliano!

Ricordino per Vittorio Butera

Ricordino per Vittorio Butera

L’epigrafe fu sicuramente composta da Don Luigi Costanzo, così come aveva fatto per Michele Pane due anni prima; dell’errore tipografico sulla data di nascita, Vittorio Butera ne avrebbe sorriso e, forse, ne avrebbe tratto ispirazione per qualche ironico verso.

La signora Bianca morirà nel 1977, non senza aver verificato sulla propria pelle e su quella della memoria del marito poeta, l’ingratitudine degli uomini.
Partiamo dall’inizio.
La casa di Catanzaro in cui Vittorio Butera aveva vissuto e vi era morto era stata costruita, come già detto, con i risparmi di molti anni di Vittorio e della moglie, su una bellissima posizione panoramica che consentiva la vista del mare. A dire il vero qualche anno dopo la costruzione, sorsero due edifici proprio di fronte che gli impedirono di continuare a godere della vista dello Jonio, ma Vittorio vi si era rassegnato. Il peggio però accadde circa 15 anni dopo la scomparsa di Vittorio Butera. Nel 1970 la casa di Vittorio e di Bianca fu requisita per motivi di pubblica utilità dal Comune di Catanzaro. La motivazione era quella che al Comune occorreva una sede per una nuova scuola elementare e quella costruzione era proprio quel che faceva al caso loro. I dettagli, ripeto, non li conosco: non so se la signora Bianca era già andata via o se fu costretta a sloggiare, ma questo particolare poco cambierebbe nella vicenda.
Molti intellettuali protestarono perché, semmai, quella casa doveva diventare un museo e un monumento al poeta che l’aveva costruita e abitata. Si sperò che almeno la scuola o la via venissero intitolate al legittimo proprietario, e invece niente. Ecco la poesia che il poeta Felice Costanzo, nipote di Michele Pane, compose per il triste destino della casa di Butera:

La signora Bianca morì nel 1977 ed è sepolta a Gradisca d’Isonzo, in provincia di Gorizia dove aveva parenti. Anche i resti mortali di Vittorio Butera furono trasferiti nel cimitero della cittadina friulana, per stare per sempre accanto alla moglie con cui aveva condiviso tutta la vita. Era stata la stessa moglie a deciderne la riesumazione e il trasferimento dei resti a Gradisca d’Isonzo. Non fu estraneo alla decisione, probabilmente, il risentimento per la vicenda della casa che rendeva incompatibile la sua presenza, anche da morto, nel cimitero di Catanzaro.

 

La tomba di Vittorio Butera e Bianca Vitale

La tomba di Vittorio Butera e Bianca Vitale

Di dove si trovassero i resti di Butera, per tanti anni, in Calabria si perse completamente memoria, fino a quando per interessamento del dott. Giovanni Paola, sindaco di Conflenti per diversi mandati e all’epoca Presidente del Consiglio della Provincia di Catanzaro, nel 2005 fu individuato il cimitero di Gradisca d’Isonzo. Attivati gli opportuni contatti, nei giorni 14-16 dicembre 2005 la delegazione calabrese si recò in Friuli, accolta nella sede della Provincia a Gorizia dal Presidente Giorgio Brandolin per poi trasferirsi a Gradisca d’Isonzo per rendere omaggio alla tomba del Poeta. Della delegazione calabrese facevano parte, oltre al Presidente del Consiglio Provinciale Giovanni Paola, il vice presidente della Giunta Mario Magno, il Consigliere Provinciale Gigi Puccio, il vice presidente del Consiglio Comunale di Lamezia Antonio Saladino, il Sindaco di Conflenti, e altre personalità ancora. Quelle che seguono sono alcune fotografie dell’evento (per gentile concessione del dott. Giovanni Paola e Gigi Puccio):

Il progetto che puntava a riportare a Conflenti i resti di Vittorio Butera, nonostante l’entusiasmo iniziale, si arenò sulle difficoltà di finanziamento e, ancora oggi, rimane fermo.

Se e quando potrà realizzarsi, così come è accaduto per Michele Pane, è difficile prevedere. A noi rimane il dovere di essere fiduciosi e adoperarci affinché possa avvenire.

L’interesse dei conflentesi e degli estimatori per Vittorio Butera continua a essere vivo ancora oggi e così speriamo che rimanga anche in futuro. Per diffondere la conoscenza della figura e dell’opera del Poeta ingegnere ci sono state molte iniziative che è doveroso qui ricordare.

Nel 2005 si è costituito il Centro Studi Vittorio Butera allo scopo d’integrare la conoscenza del poeta tramite la pubblicazione dei suoi numerosissimi inediti. Avendo ricevuto in donazione i quaranta quaderni contenenti l’intera opera del poeta, i componenti del Centro Studi si sono impegnati nella trascrizione in Word dei testi e nella loro selezione tematica. Ad oggi sono state pubblicate le opere:

Canti e Cunti Lettere in prosa e in versi Favole
Conflenti e conflentesi Convivio Locandina

Canti e Cunti, Centro Studi V.B. 2007; Città del Sole 2016 (raccolta completa dei canti e delle parabole edite nelle sillogi precedenti);

Lettere in prosa e in versi, Centro Studi V.B. 2008 (tra le numerosissime lettere in versi emergono quelle indirizzate ai cognati al fronte durante la prima guerra mondiale);

Vittorio Butera, dai Cunti alle Favole, Città del Sole 2010 (un libro ricco di pregevoli illustrazioni relative alle favole di V.B., tradotte in prosa da Rosanna De Luca);

Conflenti e Conflentesi, Città del Sole 2013 (selezione di liriche, satire e parabole dedicate dal poeta al suo paese natale);

Storia cronologica dei Sommi Pontefici, ediz. Parola di Vita, CS 2016 (storia in sestine dalle origini del pontificato all’anno giubilare 1950);

Vittorio Butera, Convivio, Città del Sole 2018 (raccoglie una copiosa quantità di versi dedicati al cibo e al vino, costituendo un’opera conviviale che collega la Letteratura calabrese alla cultura classica latina e greca).

Sono tutte opere di grandissima importanza, sia per i contenuti inediti che vi si possono trovare, sia per la qualità delle edizioni particolarmente curate.

© 2013-2018 GIUSEPPE MUSOLINO

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