Michele Pane al convegno sul Dialetto

Michele Pane al convegno sul Dialetto

Si è svolto nel pomeriggio di ieri 27 aprile 2019 a Decollatura il riuscitissimo convegno sul dialetto dal titolo Alla sorgente del Reventino organizzato dal Parco Letterario Michele Pane di Decollatura e dall’Associazione ‘U hocularu di Petronà.

L’aula magna del Liceo Scientifico “Costanzo” di Decollatura era completamente occupata da tante persone interessate al tema e giunte da tanti luoghi, anche non molto vicini. Ha introdotto i lavori la prof.ssa Lucia Bonacci, Presidente del Parco Letterario Michele Pane che ha passato la parola a Mario Miglierese de ‘U hocularu e al dirigente Scolastico dell’Istituto Costanzo dott. Antonio Caligiuri per i rispettivi interventi di saluto.

La Presidente del Parco Letterario Lucia Bonacci introduce i lavori La Presidente del Parco Letterario Lucia Bonacci introduce i lavori
Pubblico e relatori Pubblico e

relatori

 

Il saluto del Dirigente Scolastico Antonio Caligiuri

Il saluto del Dirigente Scolastico Antonio Caligiuri

 

 

Il saluto di Migliarese

 

 

Il saluto di Mario Migliarese de ‘U hocularu

E’ seguito subito dopo il corposo intervento del prof. John Trumper che si è esibito in una lunga carrellata di citazioni tratte dal suo lavoro (suo e dei molti collaboratori che lavorano con lui). Abbiamo così appreso della difficoltà e della durezza del suo lavoro di glottologo e ricercatore sul territorio, con viaggi e interviste a persone di ogni parte della Calabria e della Lucania, lavoro necessario per la recente conclusione del secondo volume del Vocabolario Calabro, quello che comprende le lettere F-O (il primo volume A -E era uscito per Laterza nel 2001), e l’imminente pubblicazione del terzo e conclusivo volume. L’opera prende spunto dalla raccolta inedita di don Vincenzo Padula (Acri 1819-1893), parroco e studioso che appuntava i vocaboli che raccoglieva nei luoghi che frequentava per la sua attività di sacerdote, arricchita sula base dei lavori di altri lessicologi. Molte voci, ha ricordato Trumper, sono dei piccoli saggi a volte di diverse pagine, la cui compilazione è stata lunga e faticosa e se ci si vuole rendere conto di ciò, aggiunge Trumper, si può vedere il film Il professore e il pazzo (2019), la storia (vera) della realizzazione dell’Oxford English Dictionary avvenuta tra il 1879 e il 1928, opera in 12 volumi e 414.825 voci. 

John Trumper durante il suo intervento John Trumper durante il suo intervento

Ad ascoltare Trumper sono accorsi molti suoi ex studenti dell’Unical, oggi laureati in lettere o lingue,  che negli anni scorsi hanno sostenuto esami di glottologia con professore gallese. A loro dire il professore, da poco in pensione ma comunque in piena attività, ha oggi lo stesso stile di quello che aveva ai tempi delle lezioni tenute all’Unical. Il discorso a braccio di Trumper è stato spesso infarcito di battute sull’attualità, dalla (falsa) rivendicazione di appartenenza alla cultura dei Celti di certi politici dell’Italia del Nord, alla situazione politica e sociale della Calabria di oggi, passando dal luogo comune della suddivisione in aree linguistiche coincidenti con confini provinciali e regionali (falsa), alla realtà dell’eredità lasciata dalle tante culture che abbiamo avuto in Calabria, soprattutto quella greca e quella romana e osca. La parlata pressochè coincidente con quella siciliana presente a Reggio Calabria e nella fascia tirrenica a nord della città dello stretto è una diretta conseguenza del flusso di persone dalla Sicilia al “continente” avvenuta a seguito della scomparsa di interi paesi a causa del terremoto-maremoto del 1908. Tantissimi gli spunti etimologici che Trumper ha lanciato qua e là nel suo intervento di oltre un’ora, che ha fatto venire a tutti la voglia di leggere al più presto il suo Vocabolario Calabro.

Dopo il suo intervento e prima del mio, c’è stato un momento musicale con alcuni brani in dialetto decollaturese eseguiti da Gianfranco Maruca, cantautore di Decollatura da anni impegnato nella proposizione di brani con testi in dialetto. Il suono della sua chitarra è stato perfettamente in sintonia con le parole, un inno alla bellezza dei luoghi e alla speranza di una vita con maggiore equilibrio tra uomo e natura. Molto interessanti le sue parole a proposito del contatto da lui avuto con i nativi australiani conosciuti durante uno dei suoi viaggi. Gli aborigeni, ha detto Maruca, non si può dire che abbiano un dialetto anzi quasi nemmeno sentono il bisogno di parlare come accade nella frenetica vita del nostro mondo; la loro comunicazione è affidata più ai gesti che alle parole, più a una innata sensibilità che consente loro di percepire il pensiero dell’altro, semplicemente stando vicino e rapportandosi con empatia al prossimo.

Gianfranco Maruca durante la sua esibizione Gianfranco Maruca durante la sua esibizione

Poi è stata la volta di Mariano Riccio che ha letto alcune delle poesie più belle e conosciute di Michele Pane: ‘U campusantu, ‘U focularu e Tora. La scelta è stata più che azzeccata perchè sono tra le più struggenti poesie del Poeta che presentano anche molte parole meritevoli di essere pronunciate per la loro bellezza e per contribuire alla loro conservazione. 

Mariano Riccio recita Michele Pane Mariano Riccio recita Michele Pane

Altro momento musicale è stato quello dell’esibizione del musicista Francesco Loccisano che ha eseguito dei brani con la chitarra battente, lo strumento identitario calabrese di cui ha dimostrato di essere un vero conoscitore. I brani eseguiti sono delle sue composizioni, molto strutturate nei tempi e nell’alternarsi dei ritmi scanditi dal fine arpeggio delle dita con i battiti del pugno sullo strumento.

Loccisano Francesco Loccisano alla chitarra battente
L'intervento di Giuseppe Musolino L’intervento di Giuseppe Musolino

Il mio intervento ha toccato l’uso del dialetto nella poesia di Michele Pane. Ecco il testo:

IL DIALETTO DI MICHELE PANE
Michele Pane (1876-1953) è stato il più importante poeta calabrese del Novecento che ha scritto in lingua italiana ma, soprattutto, nel dialetto di Decollatura che è il luogo in cui è nato e cresciuto.
Oggi non parlerò della vita di Michele Pane e della ricerca che mi ha tenuto occupato a lungo negli anni scorsi giungendo alla pubblicazione nel 2011 di un volume dedicato alla biografia Poeta, bensì dell’uso del dialetto nelle sue opere, cercando di comprenderne le peculiarità e l’evoluzione.
La prima opera in assoluto scritta da Michele Pane è L’uominu Russu, con la pubblicazione avvenuta a Foggia nel 1899. La storia è nota anche perché la pubblicazione che prendeva di mira Leopoldo Perri sfociò in una causa per diffamazione contro l’autore.
Michele Pane dunque esordì scrivendo in dialetto, scelta che non era obbligata perché, come dimostrerà in seguito, era capace di comporre in lingua opere di grande qualità e perciò non dobbiamo considerare il suo come un ripiego. La motivazione più probabile – e ne riparlerò più avanti – credo che sia da ascrivere al tema trattato: sembra che quando si voglia scrivere qualcosa che vada contro il “potere”, specialmente se con sfottò, ironia e turpiloquio, la lingua dialettale che accomuna autore e destinatario del componimento sia la scelta privilegiata. Non saprei dire perché ma ne abbiamo la riprova quotidianamente quando accedendo a Facebook leggiamo i post contro questo o quel gruppo politico, contro questa o quella tifoseria avversaria, quasi sempre scritti in dialetto. E nemmeno il dialetto nelle sue sfumature più dolci o più colte, al contrario ricorrendo a trivialità ed espressioni che evocano le peggiori bassezze.
A spingere Michele Pane in questa direzione però ci fu anche l’influenza dei tanti scrittori calabresi che aveva avuto modo di conoscere nelle letture giovanili e nei contatti che aveva avuto a New York dove c’era una fiorente attività di scrittori, giornalisti e poeti calabresi. La scrittura in dialetto quindi si presentava come un passaggio inevitabile, anche con il proposito di cambiare in seguito ma all’inizio i conti con la lingua madre bisognava farli.
A proposito di lingua materna, è necessario qui ricordare che la madre di Michele Pane era Serafina Fiorentino, la sorella del grande filosofo Francesco Fiorentino, nata e vissuta a Sambiase prima di trasferirsi in Adami per il matrimonio con Salvatore Pane, e quindi di formazione linguistica sambiasina.
È vero che si sposò molto giovane e che poi visse nella casa dei Pane ad Adami per cui la sua inflessione nel parlare – che non poteva non avere – si diluì nel tempo ma secondo me qualche elemento linguistico dovette pure introdurre nella lingua insegnata al figlio. Eppure nell’opera di Michele Pane non è stata mai rilevata alcuna parola o espressione riconducibile a questa particolare lingua materna, eccettuato forse per quel “ciopanu” che a Decollatura non ho mai sentito pronunciare. Anche le sue lunghe assenze da casa per la frequenza scolastica che lo portarono a Nicastro, dai nonni a Sambiase, a Monteleone e così via avrebbero potuto contaminare seriamente la sua formazione linguistica cosa che però non avvenne. Infatti, direi quasi paradossalmente, tutte queste potenziali fonti di contaminazione finirono invece per annullarsi reciprocamente consegnandoci un corpus letterario in puro dialetto decollaturese cui attingere per la standardizzazione delle espressioni e del modo di scriverle.
Analizziamo ora un po’ più da vicino la lingua usata da Michele Pane nella sua prima opera.
Dal punto di vista della scrittura, Lʼuominu russu appare meno curato delle opere successive, specialmente per quanto riguarda la resa dei suoni tipici del dialetto decollaturese che non hanno una esatta corrispondenza fonetica.
Per esempio, la frase italiana “con una pomata” (secondo verso della seconda strofa), in decollaturese si pronuncia raddoppiando la “c” iniziale ed eliminando la “n” e poi eliminando la “u” iniziale e rafforzando la “n”, scrivendo quindi «ccu nna pumata». Così fa per tutta lʼopera, non usando per niente apostrofi e accenti.
Nel 1906, quando ripubblicherà Lʼuominu russu, avrà raggiunto una maggiore maturità letteraria e curerà di più gli aspetti formali, meritando anche lʼapprezzamento e alcuni consigli del professore Luigi Accattatis. E difatti quella pubblicazione venne fatta utilizzando tutte le regole paternamente da lui indicate: spariscono tutte le doppie consonanti, quelle superflue, e compaiono accenti e apostrofi. Compare anche qualche altra differenza, come «Dicollatura» che, ahimè!, prende il posto dellʼoriginaria ed esatta «Decollatura».
Ecco cosa gli aveva scritto lʼillustre professore Cav. Luigi Accattatis:
«E, prima di tutto, io debbo presentare al sig. Pane i miei elogi per la inappuntabile ortografia con la quale ha scritto i suoi versi; ortografia seguita correttamente dal bravo proto della “Cronaca di Calabria. Eʼ pregio codesto che in Italia, e specialmente in Calabria, pochissimi autori e stampatori vogliono avere, benché nel “Trattatatello fonetico-grammaticale” premesso al citato Vocabolario del dialetto calabrese io deplori lo sconcio secolare di una lessigrafia stupida, barocca, irragionevole e ponga in certo modo a posto le cose con un embrione di grammatica calabro-italiana. Sono vezzi lamentati e comuni alla maggior parte degli scrittori dialettali: quello di non usare opportunamente della interpunzione, degli apostrofi ed accenti per marcare le consonanti o le flessioni e le attenuazioni delle voci; le afèresi, le metatesi, le apocopi, le sincopi, le paragogi, i vocativi tronchi […] lʼaltro di voler rendere a puntino il suono delle parole, duplicando alla carlona le consonanti, per denotarne la forte impulsione: senza riflettere che la fonetica di ogni regione è il prodotto di conformazioni speciali (determinate dal lunghissimo ed abituale uso del linguaggio, trasmesso di generazione in generazione) delle cavità, delle ossa e dei canali dellʼorgano vocale di ciascun popolo […] Il delirio di alcuni bravi scrittori calabresi è arrivato fino al punto di scrivere huocu, hidile, hocara, ecc. per rendere il suono aspirato che la labio dentale f ha in Panettieri ed in altri paesi del cosentino, senza né meno avvertire i lettori che quella h iniziale sta in sostituzione della lettera f, onde è a leggersi fuocu, fidile, fòcara. […] So che il Pane vagheggia il pensiero di raccogliere e pubblicare in volume, col simpatico titolo di “Viole ed Ortiche” le sue produzioni letterarie. Le limi “con mano diurna e notturna”, prima di licenziarle al pubblico, che […] è assai severo e schifiltoso, segnatamente di fronte ai sorrisi delle nove muse. Lʼegregio giovine trova esempi di virilità e di serietà di studi nella propria stirpe, e non gli dispiacerà la franca e rincorante parola di un vecchio amico ed ammiratore di suo zio Francesco Fiorentino.»

Michele Pane dovette rimanere molto colpito dalle parole di Accattatis. Lo studioso cosentino aveva lucidamente individuato il punto debole delle opere vernacolari, quella ingombrante presenza di consonanti doppie, quelle inutili “h”, inutili perché, dice Accattatis, deve essere la parlata materna a insegnare ai bambini la corretta pronuncia delle parole attraverso un esercizio che giunge finanche a influenzare la conformazione degli organi attraverso cui produciamo i suoni ed ecco perché è così difficile “liberarsi” della doppia “r” iniziale (caratteristica dei siciliani o dei reggini), ma anche della nostra “t”, o della “l” e della “r” dei carlopolesi, o dalla “c” dei fiorentini. Certo, con molto esercizio ci si può correggere ma è un’impresa pressoché impossibile. E quindi ecco l’illuminante chiave di lettura proposta da Accattatis che mi sento pienamente di condividere e che dovremmo tutti seguire quando ci capita di dover scrivere in dialetto: dobbiamo scrivere le consonanti così come sono, senza artificiosi raddoppi e senza aggiungere “h”: sarà la conoscenza della lingua che deve avere chi parla o legge a raddoppiare e aspirare dove è necessario anche perché, per chi non conosce il dialetto, non sarà certo un’acca a guidare la pronuncia. È in fondo la stessa cosa che accade nella lingua inglese o francese, e tutte le altre, in cui è la conoscenza delle caratteristiche proprie di quelle parlate che ci fa legge “mai” la scritta inglese “my” oppure “giunior” o “iunior” la parola “junior” a seconda se è in portoghese o in qualsiasi altra lingua.
Nelle opere successive Michele Pane cura maniacalmente il rispetto di queste regole. Mai si trova nei suoi versi una violazione di questa norma. Gli accenti, gli apostrofi e i segni di troncamento sono sempre tutti al loro posto.
Non raddoppia mai la consonante a inizio parola, tranne per alcuni casi come per esempio:
cchi resta? (cosa resta? per distinguere da chi resta?)
cchjù (più)
ccu’ (con)
‘ccillenza (eccellenza)
Per un attimo voglio tornare al problema di come scrivere alcune parole che hanno un suono caratteristico. I più famosi esempi sono vujjiulu, Cujjianti, jujjiare e simili. Pane risolve così:
• j per scrivere jure (fiore), àju (ho), cchjù (più)
viju (vedo)
jettave (gettavi)
Maju (Maggio)
Cujjentàru (conflentese, riferito a Vittorio Butera)
• per le parole che si evolvono in f o in nf
jujjiare → soffiare, Cujjianti → Conflenti, jure → fiore
Un caso particolare è quello della i intervocalica. Rohlfs nei suoi appunti presi a Decollatura durante il suo viaggio compila una pagina per annotare i nomi che designano le parti del giogo per i buoi. Lì scrive pàyura con la y (la i greca) ma nella edizione a stampa del famoso dizionario troviamo scritto pàjura con la iota. In questo caso però quella j non ha a che fare con la g e perciò resta l’ambiguità nella lettura e nella scrittura che solo una conoscenza e una lunga frequentazione con il dialetto possono risolvere.

Pane – in pochi casi in verità – utilizza la ӱ, mentre in altri casi usa la i con la dieresi:
amurizzïare (amoreggiare)
vïole (viole)

L’altro problema che si pone spesso è quello dell’uso della a oppure delle e:
pienzu e non pianzu
pùozzu e non pùazzu
aspìettu e non aspìattu
pierdu e non piardu
tiempu e non tiampu
cippariellu (piccolo ceppo per sedile)
viernu e non viarnu (inverno)
povara e non povera
gghiesa e non gghiasa
o anche della i:
milingiàna (melanzana)
oppure della o:
taluornu e non taluarnu (cruccio, preoccupazione)

Altra caratteristica degli scritti di Michele Pane è l’aggiunta del “di” alla fine del verbo alla terza persona singolare
rèstadi (resta)
• ‘ntinnavadi (suonava)
arrassimigliadi (somiglia)
appattàvadi (eguagliava)
piacedi (piace)

qualche volta anche alla prima persona:
io te stringìadi (io ti stringevo)

o anche in assenza di verbo:
cchiùdi (più) (prima di vocale)
llà ppe’ llàdi (lì per lì)

Altra regola cui Pane si attiene sempre è quella dell’apostrofo a inizio parola per l’aferesi, cioè l’eliminazione di un fonema come si usa nella lingua parlata:
‘m piettu = in petto
‘mbasciata (ambasciata, messaggio)
‘ngrata (ingrata)

Bellissimo in Pane l’utilizzo della û (il suono lungo della u con l’accento circonflesso) per indicare
Pùotû (possono)
Ammucciarû (nascosero)
(sono)
Saû (sanno)
Qui si pone un problema filologico perché a spulciare tra le varie edizioni delle opere pubblicate si possono riscontrare delle differenze tra la grafia di una stessa parola nella stessa poesia a causa degli inevitabili errori di tipografi e curatori delle raccolte, specie nelle pubblicazioni avvenute senza il controllo diretto del Poeta che quasi mai avrà potuto correggere le bozze e, nelle lettere, si lamenta sempre degli strafalcioni. Sarebbe necessaria a questo fine una riedizione delle opere complete di Michele Pane sulla base dei manoscritti o, quanto meno, delle prime edizioni delle opere avvenute durante la sua vita. Sarebbe un progetto ambizioso quanto necessario come avvertono gli stessi Falcone e Piromalli (o l’editore) nella nota raccolta curata per Rubbettino nel 1987:

Non disponendo ancora degli originali (manoscritti e/o dattiloscritti) delle poesie di Pane, documenti, i soli, che potrebbero permetterci di ricostruire integralmente e fedelmente il sistema grafico-accentuativo adottato dall’Autore, abbiamo preferito – lungi dall’indulgere a tentativi (o tentazioni!) di opinabili (quanto arbitrarie!) normalizzazioni – riprodurre pari pari la trascrizione, sia pur notevolmente incongruente, seguita dagli editori precedenti.

Speriamo che in un prossimo futuro questo possa avvenire.
Per concludere quindi, che cosa ci insegna il percorso di Michele Pane?
Io credo che non sia impossibile basandosi su semplici regole, come negli esempi che ho sinteticamente presentato, e su altre che si potrebbero codificare e aggiungere, riuscire a scrivere abbastanza correttamente in dialetto. Certamente si dovrebbe trattare di una “Grammatichetta” snella e agevole perché altrimenti si giungerebbe all’effetto opposto, cioè al rifiuto e all’abbandono dei buoni propositi.
Altra cosa fondamentale è la conservazione della ricchezza delle parole del dialetto per così dire arcaico, quello ricco e incontaminato che si utilizzava fino al secondo dopoguerra. Il problema della conservazione è legato alla scomparsa delle cose, alla modificazione radicale della vita quotidiana, per cui nessuno ha più l’occasione di pronunciare certe parole perché non ci sono più le cose e le azioni che indicavano. Che cosa fare?
Io credo che innanzitutto occorra che chi si occupa di questa tematica inizi a studiare e codificare l’ortografia dialettale, la raccolta delle parole e il loro significato, costituendo un punto di riferimento per chi voglia scrivere in dialetto e leggerlo correttamente. Non servono i concorsi di poesia o almeno non come primo intervento. Forse sono più utili corsi e occasioni come quella di oggi per divulgare il modo corretto in cui si deve scrivere e pronunciare.
La codificazione delle regole per Decollatura è facilitata perché se si accetta il principio che è valso per il latino e l’italiano e cioè fare riferimento agli scrittori che hanno formato il corpus linguistico di una specifica cultura, noi abbiamo Michele Pane cui fare riferimento. La sua produzione letteraria è sufficientemente estesa per poterne estrapolare regole e ortografia per quasi tutte le occasioni e dove anche qualcosa dovesse mancare si potrebbe sempre ricorrere a un metodo analogico per venire a capo dei casi più difficili.
Forse non è un caso che questo primo convegno sul dialetto abbia trovato ospitalità in un istituto scolastico che tra l’altro è intitolato a Don Luigino Costanzo, amico fraterno di Michele Pane. Prendiamolo come un auspicio, perché dalla scuola si può partire, come metodo e come persone da coinvolgere. Qui ci sono i giovani per i quali il dialetto sta diventando la lingua che apprendono dopo l’italiano e forse anche dopo l’inglese e l’informatica, invertendo l’ordine che da quando esiste la scuola gli scolari hanno sempre seguito.
Forse il dialetto non si può più nemmeno percepire come lingua materna perché, con il mutare dei tempi e l’ampliarsi degli spostamenti delle persone, in molte famiglie si parlano solo l’italiano o altre lingue diverse dall’italiano e quindi non è lì che si può apprendere il dialetto. Si potrebbe vedere il dialetto come lingua identitaria, il che poi in fondo è lo stesso, anzi forse è più calzante questa seconda definizione. A questo proposito, certe volte mi sorprendo (positivamente) quando ascolto degli operai provenienti da altri paesi europei che da molti anni abitano qui e lavorano in ditte locali. Giorno dopo giorno hanno imparato dai loro datori di lavoro, dai colleghi locali e dai clienti il dialetto di Decollatura, che se pur pronunciato con accento esotico, denota la loro volontà di integrazione e anzi costituisce il metro per misurarla.
L’identità linguistica quindi non va letta come contrasto al processo d’integrazione, tutt’altro. È forse lo strumento più adatto per sentirsi integrati e fare parte di una stessa comunità di pari.
I dialetti oggi corrono il serio rischio di estinzione, e con loro se ne andrebbe una cultura millenaria costruita giorno dopo giorno da tante generazioni. Non possiamo assistere inerti a un tale disastro culturale perché diventeremmo tutti più poveri.
Facciamo quindi quanto è nelle nostre possibilità per valorizzare il dialetto della nostra tradizione, così come oggi stiamo facendo grazie all’iniziativa del Parco Letterario Michele Pane e l’associazione ‘U focularu sostenuta dal Dirigente Scolastico dell’Istituto Costanzo.

L’intervento di Giuseppe Musolino

Alla fine del mio intervento si è andati verso la conclusione dei lavori con l’auspicio espresso da Lucia Bonacci che questo sia solo il primo di molti altri appuntamenti per proseguire sul sentiero tracciato e mettere in piedi altre iniziative per la valorizzazione e conservazione del dialetto. E’ seguito il rinfresco offerto dagli organizzatori che è stata occasione per attardarsi a commentare la giornata e a scambiarsi saluti e rinnovare i sentimenti di amicizia con gli amici di Petronà e tutti gli altri che ci hanno onorato con la loro presenza.

Giuseppe Musolino, © Aprile 2019
 

4 commenti

  1. Grazie per la risposta molto opportuna. Grazie anche per il collegamento al mio sito. Sarebbe interessante il parere degli altri rappresentanti delle diverse realtà locali appartenenti a questa fascia di riferimento: Scigliano, Carpanzano, Carlopoli, Pedivigliano, Bianchi, Petronà, Arietta, Castagna, Cerca, Colosimi, Decollatura, Feroleto, Miglierina, Motta S. Lucia, Pagliarelle, Panettieri, Parenti, Platania, Savelli, Serrastretta, Sersale, Soveria e Mandatoriccio.

  2. Giuseppe Musolino

    Per la scrittura della f, seguendo le indicazioni di Accattatis poi sempre seguite da Pane, si deve usare solo la f e basta. Certo che sarebbe utile in un’opera di divulgazione indirizzata anche a chi non conosce il suono della f aspirata, inserire una breve guida all’inizio o alla fine, ma quante indicazioni bisognerebbe inserire? No è solo la f ma anche la j, la s, insomma tutto. Comunque una piccola guida è sempre stata inserita alla fine delle opere in dialetto per cui la ritengo utile. Riprendendo quanto ho detto nel mio intervento, credo sia indispensabile redigere un vocabolarietto cioè una raccolta ai fini ortografici delle parole nel proprio dialetto, a prescindere dall’etimologia e dalle origini delle parole stesse che è il lavoro di Trumper e altri. Se non utilizziamo per tempo il giacimento culturale presente nelle persone di una certa età, richiamo di perdere per sempre la prova della esatta maniera di pronunciare le parole.

  3. Carissimo professore Musolino grazie ancora per la quantità di notizie offerte al convegno sul dialetto. Come già anticipato avrei voluto rimanere sino alla fine ma mi è stato impossibile vista la distanza chilometrica tra le diverse realtà della nostra Calabria dovendo rientrare in serata a Rossano. Ma andiamo all’oggetto della mia domanda che riguarda l’uso della f nello scrivere le parole in dialetto soprattutto nella nostra zona di riferimento ossia del Reventino-Savuto fascia di territorio che parla la stessa lingua avendo i diversi lessemi più o meno la stessa matrice di provenienza e lo stesso idioma. Io sono di Mandatoriccio posto sulle colline del basso Jonio cosentino. Il mio paese è l’unico in un territorio fortemente influenzato dalla bizantinità di Rossano e dalla presenza dei Normanni che nel pronunciare la f l’aspira. Il problema però non riguarda la pronunzia ma bensì come le parole con la f in una composizione dialettale devono essere scritte. Io sono convinto che vanno scritte con la f ad esempio: fùacu, foculàru, fìmmina, fiscella, fìcu, fàscia ecc. Tuttavia poiché le composizioni arrivano anche ad altre persone che non conoscono il dialetto sarebbe utile informarle con delle note come queste parole vanno pronunciate. Riguardo a quanto sopra mi dai conferma oppure ci sono altri modi per potersi muovere in questi casi eventualmente anche con altre lettere? Ho chiesto ciò perché è frequente incontrare parole scritte con la h al posto della f. A me non pare sia corretto. Grazie Franco Emilio Carlino

  4. Molto interessante e concreto. Una positiva esperienza.

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