‘A fòcara

‘A fòcara

‘A focara è una delle poesie più famose di Michele Pane, pubblicata per la prima volta in Viole e ortiche nel 1906.

Ma quanti sanno esattamente che cos’è la fòcara?
Innanzitutto, ricordiamo che la parola si pronuncia con la  f  iniziale aspirata come la “c” toscana di casa o la h inglese di home. Questa particolare pronuncia, oggetto nel passato di molte discussioni su come si debba tradurre nella scrittura, ha spesso portato al grave errore di inserire una h dopo la  f  (fhocara) o addirittura di usare la lettera h al posto della f.

Questi modi errati di scrivere erano stati già trattati dal prof. Luigi Accattatis nella prefazione al suo famoso Vocabolario del dialetto calabrese e ribaditi nell’appendice a Viole e ortiche (1906) in cui Michele Pane pubblica una nota dell’Accattatis sulla sua poesia. Le parole di Accattatis sono esplicite: «Il delirio di alcuni bravi scrittori calabresi è arrivato fino al punto di scrivere huocu, hidile, hocara, ecc. per rendere il suono aspirato che la labio dentale f  ha in Panettieri ed in altri paesi del cosentino, senza nè meno avvertire i lettori che quella h iniziale sta in sostituzione della lettera f, onde è a leggersi fuocu, fidile, fòcara.» (vedi G. Musolino, Michele Pane. La vita, pp. 77-78).

'A fòcara

Per quanto riguarda l’etimologia di fòcara, ovviamente all’origine c’è il latino focus, da cui focàra che è una specie di braciere. Il nostro fòcara è usato solo in Puglia, precisamente nel Salento, con lo stesso significato di grande fuoco acceso all’aperto, e in Sicilia. Come curiosità ricordo che focora, col significato di plurale di “fuochi”, è una delle prime parole che compaiono nella lingua scritta cosiddetta del volgare italiano, poichè la usa Cielo d’Alcamo nel Contrasto:

«Rosa fresca aulentissima, ch’appari inverso state,
le donne ti disirano, pulzell’e maritate!
Traimi de ’ste focora, se t’este a bolontate,
perché non aio abento notte e dia
penzanno pur di voi, madonna mia».

Questo stesso secondo verso di Contrasto che contiene la parola focora, è citato da Dante Alighieri nel De Vulgari Eloquentia (I, XII) (riportato nella forma «Tragemi d’este focora se t’este a boluntate») come esempio del pessimo giudizio che aveva della parlata siciliana per la lentezza del ritmo.

Ma torniamo alla fòcara. Si tratta di un grande falò che si accende la sera della vigilia di Natale e che poi viene mantenuto in vita e ravvivato la notte dell’ultimo dell’anno e dell’Epifania. Un grande fuoco all’aperto, quindi, come lo si ritrova nelle tradizioni popolari di molti paesi europei in corrispondenza del giorno più corto dell’anno ma anche in altri periodi.
L’origine della tradizione è certamente pagana, come tanti altri riti e tradizioni che le religioni hanno assorbito e rielaborato, ma qui quello che più interessa è l’aspetto antropologico della fòcara, cioé come è stato rielaborato e vissuto nelle comunità calabresi in generale e in particolare in Decollatura.

La materia prima consisteva principalmente in ceppi di castagno, quasi sempre la parte che rimaneva nel terreno dopo aver tagliato un albero. Si tratta di un intrico di radici in cui rimane molta terra e il colletto del tronco appena accennato. Non si può parlare di materiale di scarto poiché, nei tempi antichi, anche l’apparato radicale degli alberi veniva utilizzato come legna da fuoco, dopo aver scavato il terreno tutto intorno al punto di taglio, che sfiorava il terreno, e, a volte, anche al di sotto. Nessuno si poteva permettere il lusso di lasciare marcire nel terreno qualche quintale di legno in tempi in cui l’unica fonte di combustibile era il legno secco che cadeva dagli alberi dopo un temporale, diritto riconosciuto agli abitanti dei paesi montani sui terreni dei feudatari con il nome legnare a morto, ossia diritto alla raccolta dei rami secchi spontaneamente caduti dagli alberi. C’era poco altro da bruciare: le frasche (fascine di rami secchi), le poche reperibili, servivano per ardere il forno; le stoppie dei lupini occorrevano per le riparazioni annuali del pagliaio; dei tronchi degli alberi, non è neanche il caso di parlarne: chi avrebbe mai tagliato un albero, privandosi di una fonte di cibo? Oltretutto – e ciò sembra inverosimile – il paesaggio dei tempi passati era molto più spoglio di quello di oggi! Nei terreni coltivabili non erano tollerati alberi che, facendo ombra, avrebbero ridotto la produzione del campo e quindi non se ne piantavano, o meglio, c’erano pochi, alti, immensi alberi di pirajina  o di melo, tanto alti che la loro ombra si distribuiva su una grande area e quindi dava poco disturbo al raccolto. Non c’erano luoghi incolti in cui potevano essere trovati arbusti o altro materiale vegetale. Gli alberi, i pochi tollerati lungo gli argini dei fiumi o nel bosco, erano potati fino ad altezze inverosimili durante l’estate per dare da mangiare alle capre. Restavano quindi le radici degli alberi abbattuti dalle intemperie, quelli trasportati dalla corrente dei fiumi, quelli i cui proprietari non avevano vigilato abbastanza…

I ceppi, chiamati zucchi in dialetto decollaturese, dovevano dunque essere raccolti lontano, nei boschi o vicino ai fiumi, e trasportati su un rudimentale carro fino alla piazza della frazione di appartenenza dei volontari. Il lavoro necessario per togliere il ceppo con tutte le radici dalla terra e per portarlo a destinazione avrebbe scoraggiato chiunque. Ed è proprio in questo aspetto che, tentando un’analisi antropologica della fòcara, si possono trovare gli elementi per dare un’interpretazione plausibile sulla sua origine e significato. Il punto di partenza è che le radici e la parte di tronco rimasti sottoterra impediscono la lavorazione e la semina del terreno e inoltre, particolarmente nel caso del castagno, non marciscono che dopo moltissimi anni. La cooperazione di tante persone nell’improbo lavoro di estrazione ed eliminazione delle ceppaie di castagno è da considerarsi un’opera positiva poichè una volta l’anno i boschi, e comunque i terreni in genere, venivano ripuliti da queste ingombranti e moleste presenze. Se poi vogliamo andare ancora più indietro nel tempo, fino al medioevo e poi ancora prima, dobbiamo ricordare una delle tecniche primitive di coltivazione: la cosiddetta cesina.

Di questa parola rimane unicamente traccia nell’espressione ha fattu ‘na cesina, comunemente adoperata anche oggi, nel senso di fare una strage, fare un largo ed eccessivo uso di qualcosa (consumando e distruggendo) senza sapere che la cesina era una tecnica agraria che consisteva nel tagliare tutte le piante di un bosco lasciando però una parte di tronco (generalmente a petto d’uomo) e poi dando fuoco al tutto. Il sottobosco e la parte di tronco rimasta fornivano cenere che fertilizzava e rendeva pronto per la semina nuovo terreno agrario. Inutile aggiungere qui il giudizio negativo per questa pratica primitiva che forniva solo un effimero e temporaneo sollievo ai problemi alimentari dei popoli che lo praticavano, ma dobbiamo anche considerare le ragioni che spingevano ad adottarla, quasi sempre le impellenti necessità di gente che si trovava in zone a rapida espansione demografica.

Dopo una prima semina che avveniva con semi di cereali lasciati cadere direttamente sulla cenere e ricoperti alla bell’e meglio, occorreva liberare il terreno dai resti delle ceppaie e delle radici che impedivano l’aratura con i buoi e quindi la permanente utilizzazione dei terreni. Da qui si può ipotizzare, a mio parere, la nascita della pratica di mettere in comune le forze dei giovani più forti ed intraprendenti del paese per rimuovere dal terreno le parti di pianta rimaste sottoterra. La fòcara faceva subire alle radici la stessa fine che aveva subito la prima parte del tronco che aveva fornito al terreno un quantitativo adeguato di cenere fertilizzante. A conferma di questa relazione si può citare l’attenzione che si poneva nel far sì che il legno si consumasse completamente. Doveva restare solo cenere!
Nel Sud, il paese che maggiormente ha legato il suo nome alla fòcara è Novoli, in provincia di Lecce, dove si costruisce la fòcara più grande del mondo, alta più di 25 metri! Il combustibile? Tralci di vite, residuo della potatura degli sterminati vigneti esistenti in tutta la regione Puglia! Materiale ingombrante da raccogliere e da smaltire nel corso di una festa collettiva. La fòcara di Novoli si svolge il 17 gennaio, giorno dedicato a S. Antonio Abate, santo legato al fuoco e agli animali, e non sembri strano che ci sia questo spostamento rispetto alla fòcara di Natale perché a Natale la potatura della vite non è stata ancora effettuata. E’ evidentemente il ciclo agrario che determina la data in cui si svolge la  fòcara o uno dei tanti altri riti popolari, e non il contrario, determinando poi una collocazione all’interno della ricorrenza religiosa più prossima. Quello che segue è uno dei tanti filmati che si possono trovare su You Tube che mostra la fòcara di Novoli:

In altre parti d’Italia esistono fòcare che si svolgono in modo diverso ma, secondo me, con un medesimo filo conduttore. Il fuoco assume, in ciascuna di esse, il ruolo di purificatore; serve a spazzare via il male che si era accumulato nell’anno o nella stagione precedente, come è evidente anche nel fuoco che distrugge il fantoccio di Carnevale.
Ecco come descrive i fuochi che si accendevano nella penisola sorrentina, in un diverso periodo dell’anno, lo studioso Gaetano Amalfi nel 1890: «Nella vigilia dell’Assunta per tutte le colline della penisola di Sorrento sono in uso i focarazzi, alimentati dalla paglia della raccolta già fatta. Forse ciò deriva dal divieto imposto da Re Carlo I d’Angiò (Pridem quidem) di non bruciar le stoppie, pria di tal tempo e quindi evitare possibili incendi. Anche nella festa di S. Antonio, a’ 13 di giugno, i ragazzi con un soldo per ciascuno comprano delle fascine e fanno de’ gran focarazzi , ad ogni larghetto del paese. Tale uso ora si va smettendo ; e le fascine si sostituiscono con i lumi alla veneziana , cioè le panarelle.» [Gaetano Amalfi, Tradizioni ed usi nella Penisola Sorrentina, Palermo, Pedone Lauriel, 1890, p. 50]

Quella di cui parla Michele Pane, e che molti di noi ricordano, è però una fòcara diversa da quella delle origini, secondo la nostra ricostruzione. Ai tempi di Pane nel territorio ci sono poche fonti di approvvigionamento di materiale combustibile. Non si fanno più le cesine e le radici, insieme ai resti di ceppaie degli alberi tagliati, venivano completamente utilizzati per il fuoco della casa, come già detto. Lo stesso Michele Pane, nella poesia Tora, descrive come sia dura la lotta contro il freddo:

«Veniadi priestu la vecchiarella                              [Veniva presto al mattino la vecchiarella
affezionata,                                                                        affezionata
e ne portavadi ‘na sarcinella                                      e ci portava una fascina
ppe’ ni ‘nde fare nue ‘na vampata»                          per farcene noi una vampata]

Oppure, in Viernu è vicinu:

Allu cannizzu nun c’è cchiù pane,                          [Nel graticcio non c’è più pane,
l’utru è senz’uogliu mu n’allucimu,                         l’otre è senza olio per illuminare,
‘un’àmu ligna mu ne scarfàmu                                 non abbiamo legna per riscaldarci]

E allora il rito si è trasformato in una variante che è durata fino agli anni ’60 o ’70 del Novecento, e cioé nella variante secondo cui  la legna va sì cercata nei boschi o vicino ai fiumi, ma anche chiedendola ai poveri abitanti che ne avevano già poca per loro, o, in casi estremi, sottraendola con destrezza dalle riserve … mal custodite.

I giovani approfittavano di questo rito per dare prova di forza fisica, di abilità, di coraggio e per tentare la scalata all’interno del gruppo, competere per il ruolo di leader. Tutto questo era possibile perché la ricerca, la raccolta e il trasporto dei zucchi richiedeva astuzia, forza, strategia. Sì, perché dal momento che la materia prima scarseggiava – raramente si tagliava un albero – occorreva cercare sempre più lontano dal paese e anche sottrarre la preda, adocchiata magari mesi prima, ai predatori delle vicine frazioni che avevano puntato gli occhi sullo stesso oggetto.

Di questi aspetti socio-antropologici rende pienamente conto Michele Pane nella sua poesia in cui narra della preparazione della fòcara:

jungiùti sutta l’Urmu a comitive                               [riuniti sotto l’Olmo in gruppi
cumu s’avia dde fare se pensava                              come fare si pensava
ppe’ rèscere la fòcara cchiù nova                            per fare una fòcara che riuscisse nuova
de l’annu avanti, e dare ‘e nue ‘na prova.            rispetto all’anno prima, e metterci alla prova.]

Ecco che nelle parole del poeta emergono tutti gli elementi precedentemente citati:

– la formazione dei gruppi
– progettazione e strategia
– una fòcara sempre diversa
– dare una prova della propria forza e coraggio

Continua poi:

Dòppu chi s’era tuttu cuncertatu                           [Dopo che tutto era stato concordato
ognunu s’ ‘a spilava citu citu                                   
ognuno si defilava in silenzio
‘mbersu dduve lu jurnu abbìlettatu                      
verso dove di giorno avvistato
aviadi ligna; (o biellu e dduce ritu!)                     
aveva della legna; (o bello e dolce rito!)
nun ce restava mancu ‘nu scigatu                          non sopravviveva nemmeno uno steccato
cà ‘e manu nostre avìanu lu ‘njurìtu                      poiché le nostre mani avevano la frenesia
pped’agguantare ‘e ligna chi ricùotu                    di agguantare la legna che raccolta
avìanu chilli gìenti, chi cchiù pùotû.                    
aveva quella gente, quanto più aveva potuto!]

Zucchi per la fòcara di Casenove - 2011

Zucchi pronti per la fòcara di Casenove - 2011

 

Pue, le ligna de nue tutti arrubate,                        [Poi, la legna da noi tutti rubata,
venìanu avanzi la gghìesa spunute                        veniva davanti la chiesa deposta
e ccu’ mastrìa e lestizza ‘ncatastate                       e con maestria e rapidità accatastata
supra li zucchi. o surtandu spandute,                    sopra i ceppi, o soltanto stesa,
e dòppu ccu’ linazza llà ‘mpizzàte;                          e dopo con residui del lino lì incendiati;
si tu l’avissi, letture mio, vidute                                se tu avessi, lettore mio, viste
le vampe de la fòcara ‘nu titi,                                     le fiamme della fòcara appena un po’
averre dittu: o cari antichi riti!                                 avresti detto: o cari antichi riti!]

 

Fòcara

Fòcara di Tomaini anni '70. Fotografia di Serafino Antonio Nero

Linguijandu saglìanu li vampìli                                   [Serpeggiando salivano le fiamme
‘mbersu lu cielu e pàrc’avianu l’ale                             verso il cielo e sembravano aver le ali
e nue, assettàti supra li sedìli                                        e noi, seduti sopra i sedili
d’ ‘a gghìesa, avìamu ‘n’aria patriarcale.                 della chiesa, avevamo un’aria patriarcale.
L’organu s’aperia: pepole-pilu…                                   L’organo si avviava: pepole-pilu
bella sonata ch’è lla pasturale!                                       bella sonata che è la pastorale!
la duce pasturale de Carmelu                                         la dolce pastorale di Carmelo
facìa volare l’arme nostre ‘n cielu!                                faceva volare le anime nostre in cielo!]

 

Scalini come sedili davanti alla Chiesa di Adami

Scalini come sedili davanti alla Chiesa di Adami

E pped’ ogni paìse, pp’ogni vallu                                  [E in ogni paese, in ogni valle
‘n luntananza vidie ‘na focarella,                                  in lontananza vedevi una fòcarella
e ad ogn’ ammasunaru sentìe ‘u gallu                         e ad ogni pollaio sentivi il gallo
fare: chichirichì! cchi festa bella!                                   fare: chicchirichì! che festa bella!]

Michele Pane descrive magistralmente ogni aspetto della preparazione della fòcara. I ragazzi, di sera, si radunavano davanti alla chiesa per concordare tempi e azioni, dividendosi il territorio, per andare a prelevare legna da tutti i luoghi in cui durante il giorno erano stati avvistati. Neanche gli steccati stessi, posti a protezione degli orti, resistevano, poichè essendo fatti di legno, finivano per diventare a loro volta preda dei cercatori.
Questo tipo di legna finiva sopra e tra i ceppi più grossi (zucchi) che da soli non avrebbero mai preso fuoco. Ad aiutare l’accensione si usava poi la linazza, gli scarti della pettinatura del lino dopo la lavorazione col mangano e il cardo. E’ un materiale che fornisce una fiamma temporanea ma sufficiente a far incendiare i legni piccoli e secchi che a loro volta avrebbero acceso i zucchi, i veri garanti della lunga durata della fòcara.

Poniamo anche attenzione al verso «e nue, assettàti supra li sedìli d’ ‘a gghìesa, avìamu ‘n’aria patriarcale». I sedili sono gli scalini della chiesa, anzi è tutto il perimetro del sagrato che è rialzato rispetto al piano della piazza, dai quali i ragazzi osservavano soddisfatti la scena che si svolgeva poco distante: tutto il paese che si godeva il calore della fòcara che con tanti sforzi loro avevano realizzato. L’«aria patriarcale» è dipinta sui volti dei giovani che avevano superato la prova iniziatica, stabilita in canoni e codici misteriosi noti soltanto agli uomini più grandi, che quelle stesse cose avevano già fatto e ai quali, in ultima analisi, i giovani ambivano equipararsi. Dalla piazza antistante la chiesa di Adami si godeva – allora come ora – di una splendida vista su Soveria Mannelli e San Tommaso, con le rispettive fòcare che di notte dovevano illuminare il cielo (le più grandi erano quelle di Portapiana e di Mannelli). In lontananza si riuscivano a distinguere forse anche quelle di Castagna o Carlopoli, anche tenuto conto del buio notturno più totale.

Panorama Soveria

La vallata visibile dalla Chiesa di Adami

 

Fòcara di Tomaini (anni '70). Fotografia di Serafino Antonio Nero

Fòcara di Tomaini (anni '70). Fotografia di Serafino Antonio Nero

Il trasporto di zucchi dai boschi e luoghi a volte molto lontani, avveniva con l’aiuto di un particolare carro a “trazione umana”, un rustico piano triangolare con due assi e quattro ruote in legno. L’asse anteriore, ancorato alla punta del piano con un perno in ferro, consentiva di sterzare sia se lo si tirava con una corda, sia se manovrato con i piedi dal conducente seduto sul carro. Negli anni sessanta, con la disponibilità di pezzi provenienti da automobili o camion rottamati, le ruote in legno vennero sostituite da grossi cuscinetti a sfere che sull’asfalto garantivano grande velocità, ma a quel punto il carro era già diventato una macchina per giocare piuttosto che un vero e proprio mezzo di trasporto per strade sterrate. L’esemplare di cui segue la fotografia era appartenuto a Flavio Tomaino, abitante in Tomaini e prematuramente scomparso, che collaborò appassionatamente con chi scrive nella raccolta di oggetti da destinare al Museo Civico di Decollatura Museo della Nostra Terra.

 

Carro per "zucchi"

Carro per zucchi, donato dal compianto Flavio Tomaino al Museo della Nostra Terra di Decollatura.

Flavio aveva dotato il carro anche di un rudimentale sistema frenante dalla struttura simile a quello del carro dei buoi, applicando una traversa in legno che, azionata dal pedale che si vede nella parte anteriore, premeva contro le ruote rallentandone il movimento. Una molla garantiva il ritorno del pedale.

Particolare dell'asse posteriore con il sistema frenante

Particolare dell'asse posteriore con il sistema frenante

 

Fòcara di Casenove - 2005

Fòcara di Casenove - 2005

Sulla competizione tra gruppi di cercatori di zucchi si raccontano episodi inverosimili. La rivalità era fortissima tra i gruppi di giovani appartenenti a frazioni confinanti: Casinovari contro Passaggiari, Cerrisari contro Vunazzari e così via. Gli Addamari non avevano contese con le altre frazioni di Decollatura per via della relativamente grande distanza tra le loro zone e perciò rivaleggiavano tra loro in quanto in realtà le fòcare di Adami erano più di una: quella di cui parla Michele Pane era la principale essendo davanti alla chiesa ma poi ce n’era una a Censo, a Pagliaia, ecc.

Fra gli episodi più incredibili che ho sentito raccontare in questi giorni ce n’è uno che portò addirittura ad un processo presso la Pretura di Soveria Mannelli. Si svolse nel Natale del 1949 (forse un anno prima o un anno dopo) quando i giovanotti di Casenove (Decollatura) avevano adocchiato un gigantesco zuccu in un boschetto privato nei pressi del bivio di Gesariello. Lo stesso avevano già fatto i giovani di Praticello anche perché ritenendo che il terreno rientrasse nella zona di loro pertinenza erano sicuri di essere loro ad accaparrarsi il grande ceppo. Senonché, per anticipare i tempi, il gruppo di Casenove una sera pensò di passare all’azione e preso di nascosto un carro da buoi appartenente all’ignaro padre di uno dei ragazzi, si recarono sul posto spingendolo a mano. Giunti sul luogo in cui si trovava l’enorme ceppo – stimato secondo il racconto fattomi intorno ai 20 quintali – lo si caricò a fatica sul carro e fu portato davanti alla chiesa di Casenove. Il carro fu rimesso al suo posto non prima di averlo riparato perchè l’enorme carico ne aveva danneggiato non so quale parte. Il giorno dopo i giovani di Praticello si accorsero dell’accaduto e avvertirono il proprietario del bosco che presentò denuncia per furto. Subito dopo si presentarono davanti alla chiesa con la presenza del maresciallo dei carabinieri per pretendere la restituzione del grande ceppo. Seguì il processo ai tre denunciati che però furono assolti, essendo stati difesi dal giovane avvocato Vitaliano Bonacci che a sua volta era solito partecipare alla ricerca dei zucchi. L’assoluzione (non sappiamo se per insufficienza di prove o per non aver commesso il fatto) poggiò sulla circostanza evidenziata dall’avvocato che non era possibile fossero loro i responsabili del furto visto l’enorme peso del legno conteso.

Un altro episodio verificatosi negli anni ’70 a Cerrisi riguarda la contesa di un grosso zuccu tra Cerrisari e Vunazzari. Entrambi i gruppi avevano puntato lo stesso zuccu nelle montagne vicine alla frazione Bonacci. Per primi però erano arrivati quelli di Cerrisi ma per le grandi dimensioni del legno non erano riusciti a trascinarlo via. Lasciati un paio di giovanotti a sorvegliarlo, il gruppo torna a Cerrisi per trovare un mezzo di trasporto e anche rinforzi. Intanto diventa sera e i Vunazzari accorrono insospettiti da quel via vai e scoprono quello che stava accadendo. Allora uno di loro sale sul legno, disposto a non farsi da parte, qualsiasi cosa fosse accaduta. Arrivano i rinforzi da Cerrisi, cioè Sestino Scalzo con il suo mitico motocarro Ape per il trasporto, e un giovane con una motosega. Subito messa in moto, si comincia a tagliare ‘u zuccu in pezzi più piccoli per poterli facilmente caricare sull’Ape. Ma ‘u Vunazzaru a cavalcioni sul legno non indietreggia, così come non si ferma quello che ha in mano la motosega che arriva a strappare i pantaloni dell’altro. A quel punto si arrende e desiste. Sembrava finita con la vittoria dei Cerrisari, i quali caricano l’Ape fino all’inverosimile e partono. Ma percorrono poche decine di metri e sentono uno strano rumore: una banda chiodata fatta di una tavoletta di legno irta di chiodi ha bucato tutte e tre le ruote del motocarro!

E oggi? L’avvento dei trattori ha reso più facile il lavoro; le ruspe hanno estirpato zucchi in grande quantità per costruire case e tracciare strade rendendo disponibile una grande quantità di materia prima. Ma proprio in concomitanza di ciò, si è assistito a una diminuzione dell’aggregazione sociale che ha portato alla scomparsa di alcune storiche fòcare e, paradossalmente, alla nascita di altre in luoghi non convenzionali. Fra quelle scomparse c’è proprio quella davanti alla chiesa di Adami.
Forse però siamo davanti a un’inversione di tendenza. In molti luoghi ho visto ammucchiati zucchi che fra pochi giorni riproporranno il secolare rito.

La notte di Natale sarà bello pensare che oltre a Gesù Bambino, quelle fiamme, salendo, salendo e linguijandu, andranno a scaldare il cuore di un’altra anima, quella di Michele Pane che, ne siamo tutti sicuri, starà guardando, anche nel buio, all’unico luogo della Terra che amava.

LE FÒCARE DEL 2011

La fòcara di Casenove appena ultimata - 24 dicembre 2011

La fòcara di Casenove appena ultimata - 24 dicembre 2011

Alle ore 11,30 del 24 dicembre la fòcara di Casenove era ultimata. Il capo-fòcararu, Silvio Bevacqua (in basso a sinistra), mi ha chiesto di far sapere che lui e gli altri amici che hanno collaborato all’allestimento della fòcara, quest’anno hanno pensato di dedicarla alle vittime del disastro ferroviario del 23 dicembre 1961, di cui quest’anno ricorre il 50° anniversario.

Per quanto riguarda l’accensione, Silvio assicura che è stato tutto predisposto accuratamente. Una buona imbottitura di cartone e legna secca – che hanno preso il posto degli odiosi “copertoni” così in voga qualche anno fa – assicurerà una buona partenza delle fiamme. Il fuoco sarà dato attraverso un’apertura che è stata lasciata alla base della focara in direzione nord-ovest in modi che il vento spinga la fiamma verso il centro della catasta.

Punto di accensione della fòcara

Punto di accensione della fòcara di Casenove

Ecco il filmato dell’accensione da parte del Sindaco di Decollatura, dott.ssa Anna Maria Cardamone, coadiuvata da Silvio, Tommaso, Mario e tutti gli altri componenti del gruppo di volontari che hanno preparato la fòcara:

 AGGIORNAMENTI

10 gennaio 2012

Oggi ho ricevuto questa fotografia della preparazione della fòcara di Novoli da Ersilio Teifreto, sostenitore delle feste popolari e collaboratore del sito
www.reteitalianaculturapopolare.org :

Fòcara di Novoli in allestimento

Fòcara di Novoli in allestimento

Mi ha anche inviato un documento che è disponibile a questo link: La fòcara di Novoli.

24/12/2017

Anche ques’anno la fòcara di Casenove è quasi pronta. Grazie all’impegno dei fratelli Perri che da sempre mettono a disposizione lavoro e mezzi, nonchè alla collaborazione di tanti volontari, i ceppi di legno sono stati trasportati e accatastati con antica sapienza.

Focara 2017

Focara 2017

Focara quasi ultimata

 

Per la seconda serata in cui sarà accesa la fòcara, cioè la notte che precede il Capodanno, occorre aggiungere altra legna. Questo puntualmente è stato fatto ed ecco come si presenta la sera del 31 dicembre 2017:

 

Sulla sommità è stato messo un fantoccio che rappresenta il vecchio anno 2017 e che più tardi terminerà la sua esistenza.

 

COPYRIGHT © 2012-2017 Giuseppe Musolino

Un commento

  1. vera burgo

    Carissimo Peppe, come sempre il tuo lavoro è eccellente! Una ricerca precisa e accurata,una passione profonda che si legge tra le righe, alcune informazioni veramente originali che non conoscevo.
    Complimenti

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