L’uominu russu

L’uominu russu

L’uominu russu è la prima opera pubblicata da Michele Pane nel 1899 quando era ancora militare a Foggia.
L’opera è tutta una satira sull’uomo rosso, un certo Leopoldo Perri, compaesano del poeta, di cui si parla ampiamente – con documenti tutti inediti – nella biografia di Michele Pane, che viene preso in giro per il suo finto garibaldinismo.

Il libretto ha 8 pagine del formato di circa 15×20 cm più la copertina di carta leggera e colorata in rosso chiaro.

Copertina de L'uominu russu

Copertina de L'uominu russu

 

Michele Pane, nella pubblicazione, utilizza lo pseudonimo di Esperio Calabro, cosa che era rimasta completamente sconosciuta a chi aveva finora scritto sul poeta poichè, per scoprirlo, è stato necessario avere tra le mani una copia originale de L’uominu russu.

L’unica copia sopravvisuta, almeno per quanto se ne sappia, è quella custodita nella Biblioteca Provinciale La Magna Capitana di Foggia ed è da quella copia che si è appreso dello pseudonimo usato da Michele Pane.

 

Biblioteca La Magna Capitana di Foggia

Biblioteca Provinciale "La Magna Capitana" di Foggia

 

Naturalmente, lo pseudonimo non riuscì a proteggere Michele Pane dalla causa penale che gli intentò Leopoldo Perri, dovendo subire un processo (che si svolse a Lucera) in cui evitò il carcere ma fu condannato insieme all’editore foggiano Michele Pistocchi.

L’avvocato di Michele Pane, Gaspare Colosimo, nella sentenza di appello che si svolse a Trani, riuscì ad ottenere per il suo assistito l’assoluzione per prescrizione.

Sul treno di ritorno da Foggia (da Lucera a Foggia, allora come oggi, c’è una linea ferroviaria locale) dopo il primo processo Michele Pane, esultante per lo scampato pericolo, compose una poesia divenuta celebre:

Alli Liccapiàtti

Crepàti, o liccapiàtti!
Vincivʼio la primera
e, ppeʼ dispìettu vuostru,
nun ce jìvi ʼngalera.
Vuʼ eravu ʼna mandra
ʼmbiata dʼ ʼu Barune;
io sulu, ma ve fici
ʼndùcere lu limune.
Tra lʼàutri ʼrandi jaschi
ʼnzippàti ʼstu varrìle;
cangiàti sû lli tiempi,
abbàsciu lu staffìle!
Nun cʼeradi bisuognu
cchiù de ve sbrigognare,
ma nʼavìti volutu
propu, fare scialare!
Cchi bella damingiana!
cchi biellu vumbulune!
cchi qualità de Terra,
ʼmbiscàta ccuʼ Critune!
Cumu cce mere propu
a ʼna ricca dispenza!
cumu si cce ricrìja
mu vive Sua Ccillenza!
Crepàti, o liccapiàtti!
vincivʼio la primera;
ppeʼ vue ʼnimali ʼe panza
è fatta la galera!
E si nun ve ʼmparàti
a fare ʼu fattu vuostru,
io vi la cantu forte
(e ʼunʼammàlu lu ʼnchiuostru)
Tutta la vostra lorda,
porcariùsa storia….
chʼ ʼa nàscita e lla pàscita
vostra sacciu ʼn mimoria!

Sul treno – da Foggia a Sambiase – Luglio 1900

Se qualcuno volesse rivivere, almeno con l’immaginazione, l’atmosfera che poteva esserci su quel fatidico treno, potrà guardare il filmato che ho prodotto con le riprese dal finestrino che ho girato in occasione del mio viaggio a Foggia-Lucera per consultare la sentenza di primo grado pubblicata nella biografia di Michele Pane.

Il treno è diverso, ovviamente, ma ho modificato la traccia audio aggiungendo quella del treno a vapore. Poi gradualmente passo alla traccia audio originale del filmato, come si sente nel tono dell’arrivo di un messaggio al telefonino del passeggero del posto accanto. Il paesaggio circostante somiglierà certamente molto a quello dell’epoca (pale eoliche in lontananza escluse), anche perchè il periodo in cui io ho viaggiato è lo stesso in cui viaggiò Michele Pane (fine luglio).

Per dirla tutta, posso aggiungere anche che, inconsciamente, appena salito sul treno ho preso le carte e ho cominciato a trascrivere la sentenza dalle fotocopie che avevo avuto a Lucera.

Era tutto così suggestivo. Su quello stesso binario, molti anni prima, un altro decollaturese pensava a quello stesso processo.

A lui sgorgò una bella e mordace poesia, a me riuscì di fare un’agevole trascrizione!

Giuseppe  Musolino

 

4 commenti

  1. Giuseppe Musolino

    L’interpretazione che dai è senz’altro la più corretta. Infatti per Michele Pane, questa “canea” di persone servili e ottuse è anche peggiore del “sua Eccellenza” di turno, tanto è vero che proprio a loro è diretta l’invettiva in cui li nomina per ben due volte. Il lecchino, come giustamente dici, sarebbe stato un gradino più in su del leccapiatti e, addirittura, forse anche un livello piu su dell’Eccellenza perchè di questi si sarebbe preso gioco per suoi fini, divenendo il vero dominatore della situazione.

  2. Venanzio Greco

    La poesia si apre con un mordace “Crepàti, o liccapiàtti!”. Quale è il significato di questo epiteto: “liccapiatti”?. Nell’edizione “Le poesie”, a cura di Antonio Falcone e Giuseppe Piromalli, trovo una nota esplicativa: “lecchini”, che non mi pare cogliere il vero significato del termine usato da Michele Pane, come tenterò di spiegare nel sèguito di questo breve commento.
    Nella vecchia civiltà contadina, i cani erano un elemento indispensabile, perché assicuravano la guardia (soprattutto notturna) e la difesa. Durante i pasti, essi scodinzolavano girando intorno, in attesa che venisse dato loro qualcosa, come viene magistralmente descritto nella poesia “‘U piecuraru e ri cani” di Vittorio Butera.
    Per quanto oggi possa apparire disgustoso e stomachevole, alla fine del pasto il piatto veniva posato a terra per accontentare il cane, a cui si consentiva di leccarlo, pulendolo completamente (naturalmente poi il piatto veniva lavato prima di essere nuovamente usato).
    E’ rimasta così l’allocuzione “Cce fa lliccare ‘u piattu” per dire di uno che viene accontentato con poco, senza che gli venga consentito di partecipare ad un grande affare o ad una grande spartizione.
    Credo dunque che nel termine “liccapiatti” si trasferisca una nota di estremo disprezzo: come a dire “cani!”, “servi accondiscendenti!”. Quindi, non il lecchino che cerca di avere un guadagno con una condotta servile (attraverso una scelta razionale), ma un essere inferiore per sua intrinseca ed immutabile natura.

  3. Giuseppe Musolino

    La statura di Michele Pane riscontrata sul suo foglio matricolare di soldato era 1,62 metri. Non si può dire che era basso in senso assoluto, ma certamente non alto. Ne parlo a pagina 49 del libro.
    D’altra parte era questo il suo punto debole perchè altrimenti, come si vede dalla famosa foto col cappello, appare un bel giovane elegante.
    Poi si ingrassò eccessivamente e quindi il suo fisico dovette apparire ancora più tarchiato. Anche la precoce caduta dei capelli gli dovette provocare qualche problemino. Nella fotografia di pagina 275 è ritratto con la sua famiglia ed appare poco più alto della moglie che però è seduta.

  4. Venanzio Greco

    Caro Peppe,
    durante la presentazione del tuo libro a Cosenza, mi sembra che tu abbia accennato alla bassa statura di Michele Pane, che era di circa 1.65 m (non sono sicuro di avere compreso bene questo passaggio, che tu hai solo accennato). In realtà, quella statura era la statura media italiana maschile per quei tempi. La statura media odierna in Italia è di m 1.74-1.75 ( in Calabria 1.72-1.73), ma è aumentata di 1.06 cm ogni decade tra il 1895 ed il 1990. Penso dunque che per quei tempi non era basso, anzi non lo sarebbe neanche oggi visto che la Corte Costituzionale ritiene basso un uomo alto meno di 1.63. E poi il poeta era orgoglioso (“e spidu li rivali, si cci nde su”, dice in Brigantisca). Saluti affettuosi.
    Venanzio

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